sabato 5 aprile 2008

Stato e comunità

Nei prossimi post, che vedranno il ritorno delle seghe mentali, vorrei parlare un po' di Stato e comunità, tentando un analisi comparata intorno a diversi punti. Gli spunti sono molti, qualche conversazione (stupida) trovata online, mie riflessioni di lunga data, ma soprattutto un testo: "Community, Anarchy and Liberty" di Micheal Taylor.
Per stessa ammissione dell'autore, il libro non è un granché, ma ha l'indubbio merito di focalizzarsi su alcune tematiche di norma ignorate anche all'interno del libertarismo. Per la cronaca, Taylor è difficilmente classificabile, è di sinistra, fondamentalmente un "anarchico comunitario", moderatamente collettivista e forse anche un po' ingenuo. Per quel che mi riguarda, in teoria politica, posizioni del genere dovrebbero essere accolte come manna dal cielo. Mi spiego: se lo Stato sta vivendo da diversi decenni un periodo di crisi, in teoria politica è morto e sepolto. Secondo tre grandi lenti d'analisi della modernità politica, di diversa origine ideologica, "Realismo spietato" (destrorso, Mosca, Pareto, Micheals), Teoria Critica* (sinistra, Scuola di Francoforte, Focault) e sociologia austriaca (derivata dalla scuola economica, anche se non molto sfruttata, ma il caso di Hoppe è indicativo) concordano sostanzialmente che la forma statuale sia il problema alfa della politica contemporanea. Dal momento che ciò è tuttora in larga parte ignorato, il panorama attuale degli autori di filosofia/teoria politica fa tristezza. Moltissima produzione riguarda problemi inutili, ma che riscuotono grande successo nell'ambiente accademico ad esempio i gender studies, gli altri o si limitano ad argomentare che la democrazia, coi suoi limiti è la forma migliore di governo (Dahl), o propongono "innovative" teorie del governo che si rivelano essere già applicate (Pettit)** oppure cercano di ovviare al problema dello stato con più Stato.
Quel che restano sono una manica di mini/anarchici di vario livello, da Carson a Nozick. E dobbiamo tenerceli stretti.
La definizione classica di Stato, quella weberiana, è stranota: "il monopolio legittimo (non legittimato) della violenza" su un dato territorio. Ma come nota lo stesso Weber (e come sottolinea Taylor) anche la caratteristica della specializzazione della classe politica (ossia la presenza del professionista politico) non è da sottovalutare. Un sistema privo di questi due addentellati può dirsi anarchico. La prima cosa da notare è che in un sistema anarchico permane la possibilità di minacciare l'uso della violenza (e praticarlo) solo che tutti partono dallo stesso livello. Un 'altra osservazione ovvia è che in una società anarchica possono svilupparsi delle forme di autorità, anche se separato dalla potestà. Questo concetto di norma è evaso dagli anarchici collettivisti (in quanto contrari all'autorità tout court) ma è ripreso, anche se poco approfondito, dai paleolibertarian.
Ora, se non c'è una forma statuale che si trova? Non è obbligatorio, ma altamente probabile che gli uomini si organizzino in comunità, istituzioni molto labili da definire.
Taylor riassume le caratteristiche fondamentali della comunità nelle seguenti: condivisione comune di credenze e valori, relazioni diretti e plurilaterali tra i membri (cosa che mi piace chiamare narrow casting, tanto per tirarmela) e reciprocità, che si può anche definire come l'alta probabilità che l'effetto delle proprie azioni sugli altri sia evidente.
Ora, la tesi del libro è semplice: l'anarchia richiede la comunità. Io sarei meno definitivo: mi acconterei dire che aiuta, al limite che è una conseguenza probabile.

Le seguenti puntate seguiranno l'ordine del libro e riguarderanno: ordine sociale senza lo stato, uguaglianza e anarchia, comunità e libertà (nota problematica da chilo, che fu anche alla base dello scontro tra liberals e communitarian tra gli anni ottanta e novanta). Sarebbe interessante operare un confronto tra il modello comunitario di Taylor e i feticci del libertarismo (Islanda, Irlanda, Far West...) boh, ho trovato roba e magari si vedrà.


* La stessa Teoria Critica è stata adoperata, in contraddizione con se stessa, per sostenere l'espansione dello Stato in nome del politically correct.
**Republicanism, a theory of freedom and government è una barzelletta. Puro esercizio argomentativo di 300 pagine che presentano come rimedio politico lo Stato democratico né più né meno come lo è adesso.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Interessante. Io mi sto inaridendo di economicismi e penso tornerò a parlare di pippe mentali presto. :-)

LF
2909.splinder.com

Orso von Hobantal ha detto...

Ma non sono la stessa cosa???

Anonimo ha detto...

"Quel che restano sono una manica di mini/anarchici di vario livello, da Carson a Nozick. E dobbiamo tenerceli stretti".

Sono d'accordo, guarderei molto attentamente fuori dal recinto rothbardiano.
Su Nozick però sarei più cauto; in Italia un suo estimatore, se non sbaglio, è anche Valerio Zanone. ;D

Orso von Hobantal ha detto...

ok, però non è che lo mette in pratica :D

IT: Penso che a livello teorico i libertari non si debbano arroccare su determinate posizioni ma più che altro comunicare che il libertarismo, prima che un'ideologia è un altro sistema, che può prevedere al suo interno diverse opinioni... poi io condivido appieno la visione del mondo di Rothbard e della Old Right, ma non si può pretendere che tutti siano fighi allo stesso modo...