venerdì 11 aprile 2008

Son tutti italiani con le tasse degli altri...

Gli "italiani" all'estero hanno già votato. La maggior parte ha ricevuto a casa una busta già affrancata contenente le schede, pronta per la spedizione. Nonostante ciò ha votato solo il 41% degli aventi il diritto. Occorre ricordare inoltre che la gran parte di loro (il voto all'estero fu decisivo nel 2006) non subirà le conseguenze, specialmente quelle fiscali, del nuovo smagliante governo, qualunque esso sia. Un bel dispendio di risorse ed energia, con i soldi di tutti.
Il motto whig "no taxation without representation" aveva certo le sue ragioni, ma vale anche il contrario.
Questa era l'ultima nota polemica, passerò il week-end a Turku. Buona sopravvivenza.

La costituzione: ultimo rifugio dei parassiti

Posto qui questa roba, apparsa nel sito del Movimento Libertario l'altro giorno, e che costituisce la versione "seria" dello sfogo contro il Walter nazicostituzionalista.

Durante l'ultima settimana di campagna elettorale, i candidati vanno sempre alla ricerca di una bomba: un scoop, una promessa, qualcosa di eclatante in grado di disarcionare l'avversario. Ma i nostri politici sembrano avere anche grossi limiti d'inventiva, così Walter Veltroni, leader del PD, ha ben pensato di sfidare il concorrente Silvio Berlusconi, sulla fedeltà repubblicana.

In particolare, nella sua lettera all'avversario, Veltroni chiede di difendere l'unità nazionale, di rifiutare ogni forma di violenza, quatunque verbale, di rispettare i simboli repubblicani come la bandiera e l'inno di Mameli e di giurare fedeltà alla costituzione (cosa che un premier è comunque obbligato a fare). È evidente il tentativo di guadagnare disperatamente terreno, sfruttando i timori che una forza fintamente antistatalista e "sovversiva" come la Lega Nord genera in alcuni strati dell'elettorato.

In realtà quelle elencati dal sindaco di Roma, sono alcune delle più antiche e vincenti mitologie che giustificano il colosso leviatanico della Repubblica italiana. L'unità d'Italia, vista come obiettivo unico e irrinunciabile, dato che la nostra Costituzione ne vieta il discioglimento, soverchiendo il legittimo diritto alla secessione, qualora una minoranza lo richieda, è anche la maggiore giustificazione della redistribuzione statale del benessere economico. In mancanza di una forte ideologia socialista, che non ha mai attecchito realmente in Italia, si è preferita la suddivisione geografica alla lotta di classe: le zone del paese più benestanti dovevano (e devono) contribuire ad aiutare quelle più sfortunate, in un circuito di solidarietà a senso unico.

L'altro punto veltroniano è la venerazione della Costituzione, pratica rinvigorita in seguito al referendum 2006 che ha visto il trionfo di una campagna a dir poco fideistica e irrazionale. Quella che Veltroni vuole continuare a vendere è il mito che una legge scritta sessant'anni fa, dettata da precisi interessi contingenti, abbia un valore eterno e immutibile.
Decenni di errata educazione civica hanno indotto le menti più istruite del paese in un tragico fraintendimento: che i nostri diritti basilari e la nostra libertà siano dovuti alla Costituzione, che bisogna quindi salvaguardare oltre ogni limite. Al contrario; la Costituzione della Repubblica Italiana non è assimilabile a quelle di stampo liberale (tra le quali l'esempio più prominente viene dagli Stati Uniti d'America), carte che avevano lo scopo di limitare il raggio d'azione del sovrano e del governo e che molto spesso questi ultimi cercano di aggirare, è un programma politico: un accordo di intenti tra le due forze allora più influenti: i cattolici e i comunisti. Tra gli articoli di questa legge fondamentale si scorge la presenza di uno Stato assoluto, per quanto democratico nelle sembianze, si respira il più totale disprezzo per la proprietà, subordinata all'interesse nazionale, ovvero della classe politica al potere, caratteristiche che insospettirono un liberale come Luigi Sturzo che a suo tempo definì l'opera dell'Assemblea Costituente: "il fascismo senza Mussolini". Da un punto di vista burocratico, inoltre, la costituzione è il grande freno che da anni impedisce di riorganizzare la macchina pubblica in modo da venire maggiormente incontro al cittadini nei servizi di monopolio statale.

Un politico coraggioso, che volesse davvero darsi da fare per migliorare le cose, dovrebbe avere il coraggio di ammettere che la modifica della Costituzione non è un sacrilegio, ma al contrario un'assoluta priorità. Non è così per chi del parassitismo ha fatto da tempo la sua ideologia e ragione di vita, come la generazione cresciuta nel PCI e che, dopo il muro di Berlino si attacca a quanto di più socialista c'è in circolazione: la costituzione e la retorica patriottarda.

mercoledì 9 aprile 2008

Grave violazione della legalità in Spagna, si corra ai ripari.

Una cosa che non sopporto sono i feticisti della legge. Quelli che gridano allo scandalo non appena uno infrange una regola, non importa che non abbiano fatto male a nessuno. Quelli che glielo vanno dire alla maestra, anche se ti sei solo scaccolato il naso. Sono i cocchi del braccio armato della legge, i tirapiedi dello sceriffo di Nottingham.
Caro signor Pino Corrias, l'ottusità non è nulla se non sorretta dallo coerenza, voglio vedere il suo impegno di fustigatore al servizio dei burocrati applicato all'ennesimo scandalo dell'abusivismo edilizio, che ha trasformato un bel parco di periferia in un grottesco cantiere (volendo ci sta anche la tirata anticlericale, dato l'edificio, è ovvio che la Chiesa ha ancora un certo potere, nonostante Zapatero).

P.S. La legge che impone il divieto di pubblicare sondaggi a ridosso delle elezioni oltre che ad essere illiberale, è l'ennesimo esempio di fobia dell'opinione pubblica, e del fatto che i cittadini sono trattati come poveri idioti "influenzabili". Ma se non fossero influenzabili, chi voterebbe?

...

Sono un essere umano, una persona emotiva, come tutti. Ecco perché i trucchetti dell'ultima settimana rischiano di chiamarmi alle urne.
E così, robette tipo la letterina rischiano di toccarmi sul fondo, più o meno all'altezza delle gonadi:

«Caro Berlusconi, mi rivolgo a lei perché penso si debba condividere, da italiani prima ancora che da candidati alla guida del Paese, una sincera preoccupazione, resa tale da recenti atti e dichiarazioni politiche...

I fucili contro le schede elettorali a prova di scimpanzé nano?

sia giusto e doveroso assumere, di fronte al popolo italiano, a tutti i cittadini, un impegno di chiarezza su alcune grandi questioni di principio, questioni che chiamerei di lealtá repubblicana

Queste sono le priorità del paese! La lealtà alla Repubblica Politica dei Partiti Italiani!

«Non penso ovviamente agli aspetti legati ai nostri programmi di governo. Questi sono, e devono essere, distinti e alternativi, lasciati al libero confronto politico, come avviene nelle grandi democrazie. Saranno gli italiani a giudicare la bontà delle nostre proposte, la loro concretezza, la loro attuabilità.

Se lo fossero, terrebbero il culo inchiodato a casa. Peccato che giudicheranno in base al fatto se per loro sono peggiori le tue stronzate buoniste o avere lo "psiconano" al governo.

E chi guadagnerà un solo voto in più, è la mia convinzione che voglio ribadire ancora una volta, avrà il compito e l'onore di governare l'Italia, sulla base proprio del suo programma.

Che culo.

L'impegno che le chiedo e che io sono in grado di assumere con assoluta determinazione (bravo! batti la manina!) riguarda altro, riguarda di più, perché ha a che fare con la vita, l'identità e le istituzioni del Paese; con le basi stesse della nostra convivenza civile, con i valori che la presiedono e che in sessant'anni di storia repubblicana hanno permesso all'Italia di diventare la grande nazione che è, uno dei pilastri della nuova Europa


Il furto istituzionalizzato, la lotta convinta alla meritocrazia, gli amici degli amici?

e chiedo allora se è disposto a garantire formalmente e in modo vincolante che lo schieramento da lei guidato, quale che sia il suo futuro ruolo, di opposizione o di maggioranza, non verrà mai meno in alcun modo e rispetterà sempre con convinzione questi quattro fondamentali principi: la difesa dell'unità nazionale, che è il bene più prezioso che abbiamo, il legame che ci fa sentire italiani e orgogliosi di esserlo;

Aaah beeeh! Bene prezioso e fondamentale, inventato ad arte e nutrito dai soldi dell'erario, da tutelare contro ogni logica e contro la volontà legittima e democratica di chi non la condivide.

il rifiuto di ogni forma di violenza, attuata o anche solo predicata, e per questo portatrice di divisione e di odio

Tranne quella, suppongo, contro i lavoratori autonomi, quindi evasori, che quindi vanno spolpati a furia di tasse con il manganello equo e solidale dello shdado demmogratigo

la fedeltà ai principi contenuti nella prima parte della nostra Costituzione, fedeltà che non solo non contraddice, ma dovrà guidare, ogni impegno di adeguamento della seconda parte della Carta

In pratica: non si può cambiare la sacra bibbia laica che dice che non sono padrone delle mie idee e delle mie cose. E anche se la si cambia, quel cambiamento deve ispirarsi alla suddetta carta da natiche.

il riconoscimento e il rispetto della nostra storia, della nostra identità nazionale e dei suoi simboli, a cominciare dal tricolore e dall'inno di Mameli»

Il triculore, l'inno 'e Mammeli. Diiio santo, vado a prendere un catino, in attesa dell'"interesse nazionale".

«Gli italiani, su tutto questo, hanno il diritto di avere risposte e certezze. E chi, alla guida del governo o dell'opposizione, si appresta ad assumere le più grandi responsabilità, ha il dovere di assicurare tutto il suo impegno per garantirle, sapendo che prima di ogni altra cosa, al di sopra di ogni interesse di parte, c'è il bene comune, ci sono gli interessi nazionali».

Queste sono le cose che secondo Veltroni sono le più importanti. Io ho un'altra scala di priorità:

1) Me stesso
2) Il mio fucile, a cui ho dato un nome di donna
3) Le persone che scelgo e da cui sono scelto, secondo la mano invisibile dell'ammore.
4) La mia terra, che osservo all'imbrunire scricchiolando su una sedia a dondolo e pensando "è bello possedere la terra".
5) Vestirmi da cowboy.
6) "Rispetta la mia autorità!"
7) Tutte le cose fighe che posso comprarmi con i soldi che non ho rubato e con quelli che non mi rubano.
8) Tanta birra.

Purtroppo non sono candidato per la repubblica italiacana, e purtroppo diversi addentellati sono contrari ai "sacri principi di sto gran cazzo di togliatti, comunisti, dc".

Veltroni è un poveretto, fa una tristezza assoluta, rispolvera la mitologia patriottarda sperando di fare colpi su pezzenti "studiati e sensibili ai valori repubblicani" e vecchi rincoglioniti. E' incapace persino di raggirare la gente con la demagogia e deve rispolverare le vecchie cagate mazziniane.
Si deve aggrappare alla "paura" (???) che suscita un povero inabile che da anni apre la bocca per darle vento, la Lega, questa forza chiaramente sovversiva.
Per fortuna sono all'estero, ed è troppo tardi per richiedere il voto via posta. Ma se Berlusconi lo manda affanculo, nel senso che dichiara in conferenza stampa riunita con diecimila giornalisti: "fottiti", domani scatta Ryanair.com

Perché sono una persona emotiva, come tutti quelli che si avvalgono del diritto a votare . E quando mi girano, mi girano.

martedì 8 aprile 2008

Non capire un tubo catodico

Questo post di nullo mi ha fatto venire in mente una vecchia considerazione: i politici italiani sono ossessionati dai mezzi di comunicazione di massa, addirittura molto di più di quelli americani. Fortunatamente sono poco esposto alle stupidaggini che dovranno circolare in queste ore, ma sembra che anche quest'anno temi come l'esposizione televisiva, dibattito, la fanno da padrone rispetto a cose un po' più importanti tipo: chi siamo, dove andiamo, quanto paghiamo, moriremo...
Il peccato orginale è della sinistra: dall'avvento del televisore a colori (a suo tempo osteggiata in parlamento in quanto diseducativa) la paranoia dei comunisti verso i mezzi di comunicazioni di massa è andata in crescendo, raggiungendo l'apice con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
All'epoca sembrava che il successo di B. fosse imputabile esclusivamente al possesso delle televisioni, con cui controllava più o meno mentalmente gli imbecilli. Questa tesi si accordava benissimo con la superiorità antropologica della sinistra onde per cui chi non fosse persuaso delle magnifiche sorti e progressive era un deficiente. Questa convinzione sopravvive ancora tra gli intellettuali che scribacchiano su micromega.
Però anche il B., in quanto a paranoia ci mette della sua. Magari è deformazione professionale, sicuramente è peggiorato con gli anni, forse a causa del contatto con la sinistra. Il rifuto del dibattito (per quanto fosse demenziale quello di due anni fa), come nel 2001, è motivato da questo semplice fatto: in vantaggio il capo non vuole rischiare. Ma pensare che un dibattito, nelle condizioni odierne possa avere così incidenza da muovere voti in senso decisivo è da ingenui.
Ma la situazione più grottesca riguarda il dibattito sulle schede elettorali. Allora ci sono una decina di disegnini e si deve trovare il proprio e metterci una croce sopra. Anche uno scimpanzè nano privo di addestramento può riuscirci. Secondo alcuni membri della classe dirigente, l'elettore medio invece no. "Eh, ma ad alcuni possono venire dubbi in merito agli apparantamenti". Beh se un elettore della Lega non sa che è apparentata col PdL, forse fa meglio a restare a casa, perché vuol dire che ha il cervello bloccato al '96.
E per la volta prossima, Calderoli permettendo, suggerisco di usare questo metodo, onde evitare sterili polemiche.

lunedì 7 aprile 2008

Stato e comunità /2

Il free riding ed il problema della sicurezza.

Lo Stato è, nella concezione dei suoi teorici moderni, la cura per patologie sociali: i comportamenti violenti e pericolosi (Hobbes), il free riding (Rosseau).
Per i libertari la posizione di Hobbes è ridicola, scrive Fabio Massimo Nicosia:
"...è una tesi che sostiene che lo Stato è necessario, e per questo gli uomini si accordano per costituirlo, perché in assenza di Stato la cooperazione è impossibile, dato che senza coercizione non è possibile garantire la soddisfazione delle aspettative che si creano tra individui interagenti. Senonchè l’argomentazione è, ancora una volta, paradossale: se, infatti, gli uomini, a causa dei costi di transazione, non sono in grado di concludere ed eseguire spontaneamente accordi vincolanti specifici di scala tutto sommato modesta, quali quelli che si realizzano quotidianamente nel libero mercato, non si vede in forza di quale virtù magica quegli stessi uomini dovrebbero invece rivelarsi in grado di stipulare e rendere esecutivo nientedimeno che un [...] contratto sociale universale, i cui costi di transazione tendono all’infinito. Insomma, le teorie contrattualiste ritengono lo Stato necessario per l’incapacità degli uomini di cooperare, ma poi pongono a proprio fondamento il più fenomenale atto di cooperazione che si possa immaginare: un unico contratto universale, stipulato da tutti gli uomini all’unanimità!
E chiaro perciò che lo Stato non nasce mai attraverso un accordo tra gli uomini, ma sempre e solo in conseguenza di un’azione militare di occupazione e di conquista. "

Per quanto riguarda il free-riding: dato che esso è definibile come il godimento di esternalità positive derivate da un bene comune senza che si sia provveduto ad esso, i libertari propongono una radicale soluzione: evitare i beni comuni.
A mio avviso questa è un'esagerazione: in certe circostanze può essere vantaggiosa di rende un bene di possesso comune. Ad esempio, la spettabile reggenza dei Sette Comuni (l'Altopiano d'Asiago), splendido esempio di comunità semi-anarchica (formalmente faceva parte della repubblica Veneta, ma era autogestita) i terreni per il pascolo (la maggioranza) erano di proprietà collettiva, mentre le coltivazioni no.
La sicurezza è di norma considerata il bene collettivo tout court: sua caratteristica fondamentale, infatti, è quella di applicarsi ad un'area, più che alla singola persona, per cui di essa beneficia anche chi non ne paga i servizi. Questi aspetti, indivisibiluità e non escludabilità mi sembra quello che collide di più con la teoria, portata avanti da libertari come Block e Hoppe, che sostiene la possibilità di provvedere a tale bene attraverso il mercato. La risposta dei due a queste critiche (si veda questo, saggi 9 e 10) non nega queste critiche, ma si limita ad argomentare che il mercato della sicurezza è possibile nonostante queste.
Anche concordando su questo punto, si deve ammettere che è più probabile, anche per ragioni di semplicità contrattuale, che una comunità si accordi di istituire un monopolio della sicurezza e di escludere, eventualmente, chi non intende contribuire ad esso. Oltretutto ciò permetterebbe un maggiore controllo sulle forze dell'ordine. E questo parlando di sicurezza interna, perché se si va sul settore delle relazioni estere la cosa diventa ancora più incasinata.

domenica 6 aprile 2008

Il Vangelo secondo Mises

Mentre Ismael pubblica na recensione del libro di Paolo Zanotto (che non è l'ex sindaco di Verona) sul rapporto tra Cattolicesimo, Protestantesimo e Capitalismo (a cui Sgembo e 2909 rispondono), sul Gongoro appare la traduzione di un lungo articolo di Laurence Vance che difende il libero mercato sulla scorta di passi biblici.
Sul rapporto tra religione ed economia è stata scritta, in ambito liberale, un sacco di roba, specie in Italia, dove alcuni intellettuali cattolici (oltre a Zanotto occorre ricordare Guglielmo Piombini) hanno ben metabolizzato la lezione "paleo" dell'ultimo Rothbard. Personalmente non ho letto il libro di Zanotto, né il Vangelo non è socialista di Ropke, ma ho ben presente diversi articoli, in particolare del "Piombo". Il mio umile parere è questo: cercare di vendere il libero mercato come "invenzione" del cattolicesimo è un errore concettuale, per quanto possano essere lodevoli gli argomenti, storici, filologici ed esegetici riportati. Il cristianesimo ed il capitalismo sono due accidenti della civiltà occidentale, per quanto importanti. Si ritrovano, per forza di cose, nello stesso calderone culturale assieme a industrialesimo, liberalismo, democrazia, socialismo. Dire che il capitalismo è debitore al cristianesimo è dire tutto e dire niente, anche il marxismo lo è, piaccia o non piaccia.
Piuttosto, pubblicazioni del genere risultano utili per un'altra, serissima battaglia: quella all'interno dello stesso cristianesimo, in particolare del cattolicesimo. E' innegabile che gran parte del clero, compreso lo stesso Pontefice (nonostante le spericolate acrobazie esegetiche di molti tra i succitati intellettuali) siano intrisi dei più infondati pregiudizi contro il libero mercato. In particolare nessuno, dalla suora dell'asilo al vescovo, passando per il parroco negherà che la povertà dei paesi del terzo mondo è dovuta al fatto che "noi siamo troppo ricchi".
Perché, alla fin fine, il cattolico, come l'ateo, il buddista e whatever, può essere statalista o liberale, spetta solo a lui.

sabato 5 aprile 2008

Stato e comunità

Nei prossimi post, che vedranno il ritorno delle seghe mentali, vorrei parlare un po' di Stato e comunità, tentando un analisi comparata intorno a diversi punti. Gli spunti sono molti, qualche conversazione (stupida) trovata online, mie riflessioni di lunga data, ma soprattutto un testo: "Community, Anarchy and Liberty" di Micheal Taylor.
Per stessa ammissione dell'autore, il libro non è un granché, ma ha l'indubbio merito di focalizzarsi su alcune tematiche di norma ignorate anche all'interno del libertarismo. Per la cronaca, Taylor è difficilmente classificabile, è di sinistra, fondamentalmente un "anarchico comunitario", moderatamente collettivista e forse anche un po' ingenuo. Per quel che mi riguarda, in teoria politica, posizioni del genere dovrebbero essere accolte come manna dal cielo. Mi spiego: se lo Stato sta vivendo da diversi decenni un periodo di crisi, in teoria politica è morto e sepolto. Secondo tre grandi lenti d'analisi della modernità politica, di diversa origine ideologica, "Realismo spietato" (destrorso, Mosca, Pareto, Micheals), Teoria Critica* (sinistra, Scuola di Francoforte, Focault) e sociologia austriaca (derivata dalla scuola economica, anche se non molto sfruttata, ma il caso di Hoppe è indicativo) concordano sostanzialmente che la forma statuale sia il problema alfa della politica contemporanea. Dal momento che ciò è tuttora in larga parte ignorato, il panorama attuale degli autori di filosofia/teoria politica fa tristezza. Moltissima produzione riguarda problemi inutili, ma che riscuotono grande successo nell'ambiente accademico ad esempio i gender studies, gli altri o si limitano ad argomentare che la democrazia, coi suoi limiti è la forma migliore di governo (Dahl), o propongono "innovative" teorie del governo che si rivelano essere già applicate (Pettit)** oppure cercano di ovviare al problema dello stato con più Stato.
Quel che restano sono una manica di mini/anarchici di vario livello, da Carson a Nozick. E dobbiamo tenerceli stretti.
La definizione classica di Stato, quella weberiana, è stranota: "il monopolio legittimo (non legittimato) della violenza" su un dato territorio. Ma come nota lo stesso Weber (e come sottolinea Taylor) anche la caratteristica della specializzazione della classe politica (ossia la presenza del professionista politico) non è da sottovalutare. Un sistema privo di questi due addentellati può dirsi anarchico. La prima cosa da notare è che in un sistema anarchico permane la possibilità di minacciare l'uso della violenza (e praticarlo) solo che tutti partono dallo stesso livello. Un 'altra osservazione ovvia è che in una società anarchica possono svilupparsi delle forme di autorità, anche se separato dalla potestà. Questo concetto di norma è evaso dagli anarchici collettivisti (in quanto contrari all'autorità tout court) ma è ripreso, anche se poco approfondito, dai paleolibertarian.
Ora, se non c'è una forma statuale che si trova? Non è obbligatorio, ma altamente probabile che gli uomini si organizzino in comunità, istituzioni molto labili da definire.
Taylor riassume le caratteristiche fondamentali della comunità nelle seguenti: condivisione comune di credenze e valori, relazioni diretti e plurilaterali tra i membri (cosa che mi piace chiamare narrow casting, tanto per tirarmela) e reciprocità, che si può anche definire come l'alta probabilità che l'effetto delle proprie azioni sugli altri sia evidente.
Ora, la tesi del libro è semplice: l'anarchia richiede la comunità. Io sarei meno definitivo: mi acconterei dire che aiuta, al limite che è una conseguenza probabile.

Le seguenti puntate seguiranno l'ordine del libro e riguarderanno: ordine sociale senza lo stato, uguaglianza e anarchia, comunità e libertà (nota problematica da chilo, che fu anche alla base dello scontro tra liberals e communitarian tra gli anni ottanta e novanta). Sarebbe interessante operare un confronto tra il modello comunitario di Taylor e i feticci del libertarismo (Islanda, Irlanda, Far West...) boh, ho trovato roba e magari si vedrà.


* La stessa Teoria Critica è stata adoperata, in contraddizione con se stessa, per sostenere l'espansione dello Stato in nome del politically correct.
**Republicanism, a theory of freedom and government è una barzelletta. Puro esercizio argomentativo di 300 pagine che presentano come rimedio politico lo Stato democratico né più né meno come lo è adesso.

lunedì 31 marzo 2008

Lo sceriffo e i valori della patria.

Gentilini è una delle tante, piccole-grandi tragedie della Lega Nord. Non giudico la sua condotta di amministratore, non essendo di Treviso, lascio l'onere tutto ai suoi elettori. Ideologicamente però, è un disastro. Innanzitutto Gentilini è un ex missino, uno di quelli che è lecito sospettare di fascismo congenito. E' entrato in Lega relativamente tardi, quando ormai si delineava la tendenza del partito, nato semplicemente come federazione autonomista e per un periodo secessionista, di posizionarsi dalle parti di una certe destra conservatrice a fare la voce grossa contro gli immigrati e a difendere i valori cristiani.
Gentilini non è un secessionista, non è neppure un autonomista. Ha il culto dell'autorità, del potere costituito, poco importa che venga da Roma o dal suo comune. Lo ha dimostrato in più di un'occasione, la più nota è stata l'ordinanza comunale che proibiva di vestire uno specifico abito lungo mediorientale (non ricordo il nome) per ragioni di sicurezza.
Ora, per le prossime elezioni comunali un candidato della sinistra arcobaleno, tale Nicola Atalmi, ha realizzato un manifesto con un bel maiale cinto della fascia tricolore. Gentilini, punto sul vivo ha dichiarato: «Atalmi è uno spergiuro, un falso, un delinquente istituzionale - ha tuonato ieri - ci fossero i tribunali speciali, sarebbe fucilato di schiena».
Non è tutto, il sindaco sceriffo ha dichiarato di volere pure querelare l'avversario. Per cosa? Per l'infame reato di vilipendio del tricolore.

domenica 30 marzo 2008

Vivo fuori dal mondo (virtuale)

Prima che venisse chiuso, manco sapevo dell'esistenza di blogbabel. Ora però mi chiedo: il web è pieno di gente che blatera di condivisione delle risorse, copyleft, finanche di democrazia diretta, molte volte faceno più casino che altro, com'è normale... e poi? Si finisce per pretendere che un sito che funziona attraverso le segnalazioni degli utenti non pubblichi link o parti del proprio sito/blog/cessoblog.
In pratica si vuole (per ragioni vanesie, per di più) che un meccanismo automatico, anarchico, venga sottoposto ad una forzatura (costringendo qualcuno a cancellare di continuo i link di coloro che non vogliono venire segnalati) perché la mia roba non ci deve entrare, ricordando che, eventualmente, il ricorso al braccio armato della legge, sarebbe dalla mia parte.
Ecco, cose del genere, nel loro piccolo e nella loro trascurabilità, spiegano benissimo perché viviamo in un paese di merda, e perché gli idioti appaiono in soverchiante maggioranza.
Scrivere le proprie cazzate su internet non è obbligatorio e, volendo, si può decidere di non renderle pubbliche.

sabato 29 marzo 2008

Giustizia è fatta.

Aggiornamento sulla questione del presunto reato d'odio del blogger finlandese.
E' stato emesso il giudizio: colpevole.

Update: la notizia offre diversi spunti di riflessioni, consiglio agli anglofoni di leggersi il verbale del processo e magari l'articolo incriminato, "La società consiste di persone" (scrollare un po' per la parte in inglese).
Per chi volesse, c'è qualche riga utile sul sito del Movimento Libertario.

venerdì 28 marzo 2008

Test politici, strumento del demonio.

Insoddisfatti dal test di Open Polis, molti si sono dati a questa merdata di repubblica.it per rafforzare la propria identità politica (il mio risultato è qui).
Il test posizione l'utente su un classico compass bidimensionale; sull'asse delle ascisse c'è la posizione economica del soggetto, su quello delle ordinate quella etico/sociale. Nello schema tradizionale quest'ultimo "classifica" in base al presunto autoritarismo, contrapposto alla presunta tolleranza. Dato come vanno le cose in Italia, fa bene forse repubblica.it a distingure fra "laici" e "confessionali", ossia fra due categorie che vogliono imporre il loro punto di vista agli altri.
Mi chiedo, però come possa essere considerato serio un test che posiziona Valter Veltroni più a sinistra di Bertinotti e di Sinistra Critica, oltre a lanciarlo nelle vette del laicismo, quando si sa benissimo che il nostro non si distaccherà dal mainstream (quanto meno ad un livello di azione governativa), a meno che le posizioni siano state messe a caso, ignorando il test (che pur sembra funzionare) o sempre ignorando il test il redattore abbia deliberatemente barato (dando più appeal per Veltroni rispetto al pubblico di internet). E anche Berlusconi, liberista quanto me, è una presa in giro.
Un'altra piccola perla di inaffidabilità ci è regalata dalla domanda in merito alla reintroduzione dei militari in Iraq, come se se ne fossero andati.
Tuttavia, occorre ammettere che la scelta delle domande è piuttosto azzeccata e decisamente migliore rispetto a voisietequi.it.
Tornando a qual test, svariati lamentano un bias pro-UDC. Ebbene, da quanto ho letto nei blog peggio infestati della rete, ciò non sembra riguardare molti internauti, che sbandierano orgogliosi la propria lontananza dal partito di Casini. Il problema infatti che sono le persone di tendenza liberale ad essere attratti (according to the test) dall'Udc. L'arcano è facilmente svelabile: L'Udc si aggiudica da solo almeno tre dei grandi classici liberali (sdoganamento del nucleare, privatizzazione dei servizi e abolizione delle province) rispetto ai quali è "molto favorevole". Issues secondarie e sulle quali non ricordo di aver mai sentito pronunciarsi esponenti dell'Udc.
Su altre domande la posizione dell'Udc potrebbe essere molto vicina a quella dei liberali, ma questo dipende, più che altro, dall'interpretazione.
Ci sarebbe infine da spiegare perché alcuni, ad esempio io, hanno avvallato risposte che ripugnano tutti i partiti considerati (da qui la distanza). Nel mio caso, ho risposto in questi termini alle domande 2, 5, 6, 10, 11, 23, 24. Lascio a chi gli possa fregare della questione intuire il perché.