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sabato 5 aprile 2008

Stato e comunità

Nei prossimi post, che vedranno il ritorno delle seghe mentali, vorrei parlare un po' di Stato e comunità, tentando un analisi comparata intorno a diversi punti. Gli spunti sono molti, qualche conversazione (stupida) trovata online, mie riflessioni di lunga data, ma soprattutto un testo: "Community, Anarchy and Liberty" di Micheal Taylor.
Per stessa ammissione dell'autore, il libro non è un granché, ma ha l'indubbio merito di focalizzarsi su alcune tematiche di norma ignorate anche all'interno del libertarismo. Per la cronaca, Taylor è difficilmente classificabile, è di sinistra, fondamentalmente un "anarchico comunitario", moderatamente collettivista e forse anche un po' ingenuo. Per quel che mi riguarda, in teoria politica, posizioni del genere dovrebbero essere accolte come manna dal cielo. Mi spiego: se lo Stato sta vivendo da diversi decenni un periodo di crisi, in teoria politica è morto e sepolto. Secondo tre grandi lenti d'analisi della modernità politica, di diversa origine ideologica, "Realismo spietato" (destrorso, Mosca, Pareto, Micheals), Teoria Critica* (sinistra, Scuola di Francoforte, Focault) e sociologia austriaca (derivata dalla scuola economica, anche se non molto sfruttata, ma il caso di Hoppe è indicativo) concordano sostanzialmente che la forma statuale sia il problema alfa della politica contemporanea. Dal momento che ciò è tuttora in larga parte ignorato, il panorama attuale degli autori di filosofia/teoria politica fa tristezza. Moltissima produzione riguarda problemi inutili, ma che riscuotono grande successo nell'ambiente accademico ad esempio i gender studies, gli altri o si limitano ad argomentare che la democrazia, coi suoi limiti è la forma migliore di governo (Dahl), o propongono "innovative" teorie del governo che si rivelano essere già applicate (Pettit)** oppure cercano di ovviare al problema dello stato con più Stato.
Quel che restano sono una manica di mini/anarchici di vario livello, da Carson a Nozick. E dobbiamo tenerceli stretti.
La definizione classica di Stato, quella weberiana, è stranota: "il monopolio legittimo (non legittimato) della violenza" su un dato territorio. Ma come nota lo stesso Weber (e come sottolinea Taylor) anche la caratteristica della specializzazione della classe politica (ossia la presenza del professionista politico) non è da sottovalutare. Un sistema privo di questi due addentellati può dirsi anarchico. La prima cosa da notare è che in un sistema anarchico permane la possibilità di minacciare l'uso della violenza (e praticarlo) solo che tutti partono dallo stesso livello. Un 'altra osservazione ovvia è che in una società anarchica possono svilupparsi delle forme di autorità, anche se separato dalla potestà. Questo concetto di norma è evaso dagli anarchici collettivisti (in quanto contrari all'autorità tout court) ma è ripreso, anche se poco approfondito, dai paleolibertarian.
Ora, se non c'è una forma statuale che si trova? Non è obbligatorio, ma altamente probabile che gli uomini si organizzino in comunità, istituzioni molto labili da definire.
Taylor riassume le caratteristiche fondamentali della comunità nelle seguenti: condivisione comune di credenze e valori, relazioni diretti e plurilaterali tra i membri (cosa che mi piace chiamare narrow casting, tanto per tirarmela) e reciprocità, che si può anche definire come l'alta probabilità che l'effetto delle proprie azioni sugli altri sia evidente.
Ora, la tesi del libro è semplice: l'anarchia richiede la comunità. Io sarei meno definitivo: mi acconterei dire che aiuta, al limite che è una conseguenza probabile.

Le seguenti puntate seguiranno l'ordine del libro e riguarderanno: ordine sociale senza lo stato, uguaglianza e anarchia, comunità e libertà (nota problematica da chilo, che fu anche alla base dello scontro tra liberals e communitarian tra gli anni ottanta e novanta). Sarebbe interessante operare un confronto tra il modello comunitario di Taylor e i feticci del libertarismo (Islanda, Irlanda, Far West...) boh, ho trovato roba e magari si vedrà.


* La stessa Teoria Critica è stata adoperata, in contraddizione con se stessa, per sostenere l'espansione dello Stato in nome del politically correct.
**Republicanism, a theory of freedom and government è una barzelletta. Puro esercizio argomentativo di 300 pagine che presentano come rimedio politico lo Stato democratico né più né meno come lo è adesso.

mercoledì 23 gennaio 2008

Davos: l'antifona del tracollo

Com'è che si dice? Vox populi, vox dei? Non ci ho mai creduto. In ogni caso risulta indicativo quanto diffuso dalla Doxa, la maggior parte degli italofoni, me compreso, crede che siamo spacciati. Oddio, al limite che la vita, nel futuro prossimo venturo, sarà più dura e che -soprattutto no ggiuovani- potremo sognarci il livello di vita -decente- che abbiamo vissuto finora.
E' indicativo un punto saliente del sondaggio in questione: la ggente pensa che uno dei problemi principali sia la cosidetta classe dirigente: troppo incompetente e con troppo potere. Fare in modo che gli incompetenti non nuocciano più alla società e che il potere in generale venga limitato è la chiave per la felicità futura.
La parte divertente è che questo sondaggio è stato commissionato in concomitanza con l'apertura del vertice di Davos, Confederazione Elvetica. Questo meeting è uno dei tanti che il potere organizzato mette in piedi, più che altro, per piacere autoreferenziale: si discute dei mali del mondo, ci si stringe le mani, ci si sente importanti. Ignoro quanto si decida concretamente, fortunatamente queste sono solo avanguardie, avvisaglie, di quello che ci aspetta nel futuro; le decisioni che ci riguardano come cittadini e contribuenti seguono ancora le procedure vetuste degli stati-nazione (anche se si vanno erodendo) e questo, credetemi, è relativamente un bene.
E' importante capire cosa si discute in quel di Davos, perché saranno le cazzate con cui i soliti tenteranno di mettere le briglie alla nostra libertà. Le tematiche ambientali e i topic della povertà mondiale e del divide, ovviamente la fanno da padrone. Perché? Perché problemi globali esigono soluzioni globali. Dall'alto, alla solita maniera: tassando. L'ecotassa europea, che dovrebbe essere ufficializzata oggi o domani (meriterebbe un approfondimento), palesemente inutile, anzi dannosa, è solo uno dei primi tentativi in questo senso. Negli stessi circoli composti dagli individui che vanno a sciare a Davos, si parla da anni di una tassa mondiale, con ovvi scopi redistributivi.
Sempre a Davos come viene annunciato in questo video propagandistico, si discuterà di global government (governo mondiale per chi non sa l'inglese e abbia poca fantasia) indicativamente tradotto, nella versione ufficiale con i sottotitoli in italiano in "pace nel mondo", come se una cosa dipendesse dall'altra. La consolazione è che i cittadini potranno comunicare con i "potenti" attraverso YouTube; che poi non venga dato loro ascolto è un altro paio di maniche.
Chi parteciperà al meeting economico? Chi ha in mano -a loro stesso dire- il futuro del mondo? Ci sono i soliti leader politici, vero, ma per la maggior parte si tratta di banchieri ed imprenditori, altamente collusi con il potere statale, che non ha eletto nessuno. Alcuni di loro, per la verità, come nel caso di Mario Moretti Polegato si sono proverbialmente fatti da soli, e la loro partecipazione a questi forum prestigiosi è solo indice che sono stati invitati nel giro dei favori reciproci. Gli altri, per limitarsi agli italiani, sono i soliti vecchi, noti nomi: Corrado Passera (Intesa Sanpaolo), Alessandro Profumo (Unicredit), Franco Bernabè (Telecom Italia), Fulvio Conti (Enel). I primi due sono le due persone che concretamente decidono la politica economica del governo e che tengono in pugno l'informazione in Italia, gli altri dirigenti assai poco privati.
Questo è il paradosso: mentre la gente si rende conto che è necessario che i politici governino di meno e che la classe dirigente venga espurgata dagli incompetenti (il che significa meno collusione tra Stato ed impresa) questi qui, in modo baldanzoso e senza tanto nascondersi, si riuniscono a decidere del nostro futuro.
In un altro punto il sondaggio ci azzecca: mentre l'Occidente, Europa in testa, è destinata al declino, il Terzo Mondo vedrà forse migliorare le proprie condizioni. Questo perché, meno vincolato ad associazioni sovrastatali, non permetterà più di tanto a quelli di Davos di frugare nelle sue proprie tasche. Fatta salva, ovviamente, la libera elezione di criminali ancora peggiori.

giovedì 17 gennaio 2008

Come diventare cittadini modello

mercoledì 28 novembre 2007

Diritti Naturali, un'ipotesi austriaca

Si diceva che il giusnaturalismo altro è stato usato, nella storia, esclusivamente come metodo. Tutti gli autori giusnaturalistici dai classici fino a Rawls hanno usato i diritti naturali come fondamento della loro teoria analitica . Si cercava insomma di trovare un punto comune per portare avanti una discussione sulla natura del giusto sistema politico.

Ma cosa si intende per diritto naturale? In sostanza che gli uomini in quanto tali siano dotati di determinati diritti che non possono assolutamente essere lesi. Si può essere convinti di ciò per ragioni religiose o per determinate convinzioni riguardo la natura umana. Alcuni darwinisti (il cui progenitore ilustre può essere rintracciato in Herbert Spencer) scorgono il diritto naturale all'interno del codice genetico: le stesse leggi, l'etica e la morale sarebbe il risutato di un conveniente processo evolutivo.

Sebbene entrambe le concezioni siano interessanti possiedono tuttavia qualche difetto: la prima sfocia nell'ambito della teologia e quindi delle credenzi personali, la seconda ascrive alle scienze naturali quello quello che dovrebbe essere oggetto delle scienze sociali: l'indagine sulla natura e sulla condizione umana. Non a caso i pù grandi sostenitori del giusnaturalismo all'interno anche del pensiero liberale e libertario provengono, almeno nell'ultimo secolo dalla scuola austriaca di economia.
Questa scuola economica ha delle peculiarità dal punto di vista epistemologico (cioè su cosa considerare scientificamente legittimato o meno): innanzitutto intende l'economia come scienza dell'agire umano, uno studio delle iterazioni tra attori coscienti e razionali, in secondo luogo considera i giudizi sintetici a priori il perno del suo sapere. Gli a priori sono giudizi veri sempre, a prescindere dal contesto storico e dall'esperienza. Alcuni esempi: “un corpo occupa spazio”, “in assenza di coercizione la scambio tra due persone avviene se e solo se ogni attore si aspetta un beneficio da esso” e così via.

Da un punto di vista “austriaco” i diritti naturali, sarebbero quindi l'apriori della giurisprudenza. Enunciati come “non è lecito iniziare aggressione contro la persona e la proprietà altrui” devono valere sempre in ogni diritto. Un'obiezione spontanea a questa punto può essere che nella realtà dei fatti le cose non vanno così e che nelle società tradizionali e persino in alcune di quelle odierne questo diritto non è considerato affatto naturale. Basta pensare al diritto islamico considera lecita la lapidazione di una donna adultera, il diritto dei Ba-Wenda considerava lecito l'uccisione degli umani non Ba-Wenda a scopo alimentare, il diritto sovietico considerava lecito l'uccisione dei dissenzienti e così via fino alle nostre piccole schifezze odierne. Al di là del fatto che Rothbard, il mio punto di riferimento in questo scritto, era un antirelativista assoluto e considerava la civiltà occidentale l'unica civiltà, c'è un altro modo più diplomatico di aggirare questo paradosso “antropologico”.

Prendiamo ad esempio la concezione “austriaca” del teorico del diritto Bruno Leoni*: il diritto non nasce dall'alto ma dalla contrattazione di individui. Questa asserzione è sicuramente valida storicamente, altrimenti difficilmente sarebbe esistita una civiltà. Difficilmente, però può esistere una contrattazione senza ammettere il diritto all'esistenza, alla vita della controparte. E' l'applicazione dell'etica del discorso alla formulazione delle leggi: come non può essere dato un dialogo sena la rinuncia dei partecipanti a pestarsi non ci si può mettere d'accordo su una regola comune senza se ognuno non rinuncia all'aggressione. Un ragionamento analogo consiste nell'applicazione dell'estoppel, una dottrina della common law britannica, così suggerito da alcuni giuristi come Kinsella e Shearmul. Altro non si tratta che di uno stratagemma logico per giustificare la punibilità dei criminali: un soggetto che ha compiuto un certo tipo di crimine ad esempio aggredendo qualcuno non può lamentarsi di avere la propria libertà limitata dall'uso della forza.
In un altro caso Kinsella porta l'esempio di una ragazza il cui patrigno aveva promesso di pagare la retta all'università. L'impegno era rimasto evaso e la ragazza era entrata in causa con la sua università. Il comportamento della ragazza che ha regolarmente frequentato il college incoraggiata dal patrigno, secondo il principio dell'estoppel, è la prova che l'impegno era stato percepito come un contratto. Questi sono solo alcuni esempi della procedura per individuare i diritti naturali: alla vita, alla proprietà, al rispetto della parola data.
Perché questi diritti in determinati casi storici non vengono affatto considerati "naturali"? La risposta è che vengono aritificosamente falsati da poteri coercitivi. Nei casi sopra elencati risulta evidente come poteri organizzati al servizio di determinate ideologie abbiano attraverso la positivizzazione del diritto (ovvero l'emanazione arbitraria dele leggi da parte di un un organo sovrano) snaturalizzato e pervertito lo stesso. Viceversa, in assenza di coercizione e di un potere centrale, i diritti naturali sono una necessità, in quanto dovranno emergere alcuni principi di base che non prevedono eccezioni, in quanto l'eccezione richiede un potere sovrano.



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Per approfondimenti

M.N. Rothbard, Introduzione al Diritto Naturale (inglese)
Stephan Kinsella, Estoppel, A new justification of individual rights (sempre inglese)
Approcci libertari all'etica del discorso (sempre inglese)


*Devo segnalare che secondo molti esegeti la teoria giuridica di Bruno Leoni non è né giusnaturalistica, né giuspositivistica, anzi il secondo non è affatto risparmiato perché un diritto consuetudinario, nato in seguito a contrattazioni è la rinuncia di fatto a principii fondanti.


Nella prossima puntata ;) , più avanti vedrò di parlare della legge di Hume, di Kant, di Nozick e di alcune problematiche.

Ripubblicato il 6/12/2007.

martedì 27 novembre 2007

Diritti naturali - premessa.

Secondo molti tra quelli che condividono le mie idee, il fondamento naturale del diritto è poco più che un'optional, un'allegra favoletta in cui fa bene credere, ma che è in realtà arduo dimostrare, manco fosse l'esistenza di Dio.
Ciò dipende, secondo me, da una definizione non completamente esatta di diritto naturale, molto spesso ritenuto banalmente il ritenere che esistano dei diritti inviolabili di cui l'uomo è investito. Se fosse semplicemente così bisognerebbe trovare una sorta di tavola della legge con questi diritti scritti sopra, o perlomeno postulare un ancoramento soprannaturale agli stessi. In poche parole sarebbe sì una fede.
Gran parte di questa concezione deriva dai testi considerati giusnaturalistici per eccellenza, ad esempio la costituzione americana o -udite, udite- il Leviatano del nostro amico Tommaso Hobbes. L'esito illiberale di quel libro satanico non lo esclude infatti dalla stessa scuola di pensiero che di Locke e prima ancora di Tommaso D'Aquino. La costruzione politica di Hobbes è basata infatti su degli assunti che vengono nominati diritti naturali. In realtà con questo nome Hobbes spaccia la sua particolarissima antropologia materialistica dell'homo homini lupus, attraverso una serie di asserzioni che arrivano ad postulare il sovrano assoluto come il minore dei mali e la cui istituzione, paradossalmente ma non troppo, darà inizio ad un diritto positivo del tutto arbitrario.
Questo dovrebbe essere sufficiente per scoprire il trucco. Il diritto naturale, nella sua concezione classica non è tanto il fine del ragionamento politico, ma il mezzo o meglio ancora il punto di partenza. Per gli autori del XVII secolo, Locke incluso, l'osservazione antropologica (=l'enunciazione dei diritti naturali) era la base della teoria politica. Per i più umili (e interessanti) pamphlettisti come i levellers asserire che gli uomini hanno determinati diritti era necessario al fine di asserire le proprie tesi. Un metodo, dunque, e nulla più: il giusnaturalismo era nient'altro che lo standard del discorso politico dell'epoca.
La scenetta, a pensarci, oggi cambia solo nei contenuti (i diritti pretesi dai radicali del 600 erano più che giustificabili), con i centri sociali che reclamano il loro "diritto" ad avere uno spazio d'aggregazione, studenti che richiedono il "diritto" ad un salario di studio, omosessuali che vogliono il "diritto" ad un matrimonio riconosciuto dallo stato.
Per i liberali, invece, il diritto naturale è la legittima difesa contro l'arbitrarietà del potere. Non solo, nell'appellarsi ad esso risiede l'arma migliore per conseguire il fine politico liberale: la limitazione del potere statale, che in quanto tale danneggia, anche solo esistendo, i nostri diritti.
Un'esigenza, dunque. Ma come provarla? Come possiamo pretendere che i nostri diritti che vogliamo universali e naturali siano più concreti di quelli precedentemente elencati? Come farlo senza cadere in una petizione di principio?
La risposta alla prossima puntanta (quando ne ho voglia, comunque molto presto).

lunedì 19 novembre 2007

Sei tu John Wayne? E io chi sarei?

I commenti al post sul caso Jokela mi hanno convinto a scrivere qualcosa sul diritto a portare armi, in modo da rispondere alle critiche liberal, o almeno spiegare il mio punto di vista al riguardo.

Difendersi dall'aggressore è un diritto naturale (inalienabile). Il fondamento analitico è molto semplice: "altrimenti si muore".
Ciò è comprovato anche dal fatto che una delle ultime vestigia di giusnaturalismo nel nostro diritto è proprio il fatto che una persona che uccide un aggressore che ha messo in pericolo la sua vita non commette reato. Questo, almeno, in teoria. In pratica ti fanno un mucchio di problemi e si rischia di pagare di più di un autentico assassino.
Le armi da fuoco sono l'unico strumento di autodifesa efficace contro le altre armi da fuoco e quindi non si possono vietare.
A questo punto di solito un liberal ribatte che se nessuno avesse armi da fuoco (e siccome non viviamo nel 1300 ciò significa vietarle) non ci sarebbe necessità di autodifesa attraverso esse, e il mondo sarebbe più sicuro. Per chi?
L'argomento liberal è quello che si verifica attualmente nel mondo in cui viviamo: lo stato è il monopolista autolegittimato della violenza e quindi della sicurezza. La balla che ci viene fatta bere adesso è che questo va a nostro vantaggio. Non è vero, e non lo dico perché sono un pazzo senza speranze, ma perché è comprovato storicamente. Le restrizioni sulle armi da fuoco sono un'invenzione degli stati moderni per motivi di sicurezza interna. L'obiettivo era ed è quello di poter sedare molto facilmente rivolte e sedizioni (nel Medioevo sarebbe risultato ridicolo contingentare archi e spade, le armi più potenti all'epoca). Le restrizioni europee sulle armi derivano tutte da leggi aventi espressamente quello scopo (in Italia credo ci siano ancora regi decreti a regolare ciò). Se il regime fascista avesse avuto più fortuna nel controllo delle armi, la Resistenza non ci sarebbe stata.
L'eccezione degli Stati Uniti è illuminante a tal riguardo. Mi ricordo che un film, ambientato nel presente, c'era questa battuta: "proibire le armi? e come facciamo a difenderci se il re ci invade?". Risulta chiaro il concetto che la sicurezza è a spese del privato cittadino, che dunque detiene il diritto a portare armi. Armarsi per difendersi dal potere è ben radicato nello spirito redneck. Dopo la strage del Virginia Tech, mentre in Italia c'era il solito dibattito sulla facilità di reperire armi negli USA, oltreoceano la cagnara la faceva la National Rifle Association. Motivo? Il campus era zona off-limt per le armi (giustamente). Molti gun owners sostennero che se tale limitazione non ci fosse stata, al posto di undici morti ce ne sarebbero stati due (la prima vittima e il killer). Questa regola in genere è valida. Proibisci qualcosa e gli onesti la rispetteranno, i criminali no. Esito: più criminali armati in proporzione. In un paese come l'Italia, dove le persone girano armate sono molto poche, le leggi restrittive hanno fatto la fortuna dei delinquenti col coltello.
A questo proposito, il mio amico che commentava ha tirato fuori un altro argomento molto caro ai liberal. Uccidere con la pistola è più facile, perché basta premere un bottone. Vuoi mettere la cattiveria necessaria a sgozzare uno? Cito testualmente:
Le armi a volte hanno la responsabilità nell'uccidere le persone, spersonalizzando il gesto della morte. E' diverso e molto più facile premere un grilletto, piuttosto che spaccare la testa a qualcuno a mazzate da baseball. Pensateci: avete mai visto una strage in un liceo compiuta con una mazza da baseball? (argomentazione anche piuttosto diffusa su internet, ma giuro, non avevo letto nulla in proposito).
Punto terzo: sempre sul distacco dalla morte. Dai, ammettetelo tutti nella vita avete pensato “Quello lì lo uccido”. Quello è il primo scalino. Poi di solito uno se la mette via, ripensa ai dieci comandamenti o al giusnaturalismo e si calma. Qualcuno no; qualcuno sale il secondo scalino. Tipo “Adesso quello lì lo ammazzo davvero” (qui il commento completo)
Chi fa le stragi le fa con i fucili, e le fa a dispetto delle leggi e della protezione dello stato. Il primo punto è un buon argomento per evitare di proibire mazze da baseball, più che altro.
Il secondo punto è inquietante: ricorda per un certo verso la novella di Pirandello "il Soffio". Mettiamo che domani si scopre che soffiando tra l'indice e il pollice verso qualcuno si provoca la morte di costui. La soluzione statalista sarebbe quella di troncare le dita a tutti, quella liberale di fare il culo a chi ci prova e a chi ci riesce. Il terzo punto è deprimente, in quanto indica quello che purtroppo è il pensiero dominante nella società attuale: considerare normale che a qualcuno gli prendano i cosidetti cinque minuti e, siccome ha una pistola, la usi. Questo atteggiamento è paradigmatico in quanto rivela la concezione che lo stato e i suoi amici hanno dell'umanità: un branco di bambini immaturi e capricciosi, da comprendere e prevenire, piuttosto che punire. Con ciò non voglio negare che gente del genere esista e qualora con libero arbitrio decidano di sparare a chi ha avuto la brutta idea di scherzarli andrebbero rimossi dalla società.

Detto ciò, concludo con il vero problema che dobbiamo affrontare nella vita di tutti i giorni: difenderci dai pazzi che sparano nelle scuole. La brutta notizia è che siamo indifesi e se qualcuno -Dio non voglia- ha la volontà e riesce a procurarsi armi potrebbe replicare lo show in qualsiasi scuola italiana. Se questa cosa dovesse accadere, magari più volte, si renderebbero necessari controlli e metal-detector nella maggior parte delle scuole. Ma sono convinto che l'arma migliore sia il controllo reciproco. Il tizio di Jokela era un malato mentale, strano che nessuno se ne sia accorto prima. Per fortuna, invece, quando un tizio, anch'esso con le rotelle fuori posto, si è bullato con gli amici di voler fare la stessa cosa, questi qua sono andati dalla polizia, che ha scoperto che il bulletto (poi suicidatosi) faceva sul serio. Qui la notizia. Notare che il titolo dice "la polizia sventa massacro". Vero per niente, ma siamo alle solite.

lunedì 12 novembre 2007

Hoppe, i gay, la preferenza temporale

Uno dei libertari più conservatori (culturali) che ci siano, Hans Hoppe, è stato più volte criticato per la sua omofobia. Brillante insegnante (a quanto si può desumere dai suoi ratings) di economia a Las Vegas, è stato l'anno scorso denunciato da uno studente per aver detto che "gli omosessuali tendono per natura ad avere (al pari di ubriaconi, perditempo ecc.) un alto tasso di preferenze naturali". In pratica preferiscono il poco e subito (il famoso uovo oggi) e non ha il senso del risparmio (preferire la gallina domani).
Tralasciando le problematiche relative all'attività di insegnamento e di espressione, c'è da chiedersi se Hoppe sia stato in quella occasione fedele ai suoi stessi metodi (quelli della scuola economica austriaca). In primo luogo parlare di omosessuali è un grave tradimento della metodologia individualistica, essendo una generalizzazione indebita. Hoppe ritiene che gli omosessuali tendono per forza ad essere "capricciosi" e a non risparmiare perché non hanno figli. Giusto, ma questo si deve estendere a tutti coloro che non hanno figli. Il noto puttaniere Flavio spende in donne e lusso molto più di Marco, omosessuale con un lavoro di responsabilità e morigerato (che magari vive con un compagno stabile).
Ma quello che è più sorprendente, secondo me, è l'inversione del rapporto causa-effetto. Nei casi del perdigiorno, dell'ubriacone, del giocatore d'azzardo, dell'irresponsabile (tutte categorie indicate da Hoppe, nella medesima circostanza) sono tali proprio perché hanno un alto tasso di preferenza temporale. Noi consideriamo un perdigiorno uno che non fa niente, proprio perché preferisce il non lavorare ad un'esistenza migliore attraverso il lavoro, l'ubriacone è uno che preferisce avere più alcool possibile subito, il giocatore d'azzardo preferisce forti emozioni al denaro che scialacqua, dulcis in fundis l'irresponsabile è giudicato tale dalla società proprio in virtù del suo tasso di preferenza temporale e della sua scarsa propensione al risparmio.
Un altro esempio di come una buona testa possa cadere anch'essa in fissazioni infondate.

venerdì 9 novembre 2007

Libertà positiva e negativa nella storia. Skinner vs Berlin.

Il concetto di libertà negativa, come è ben noto, è fondamentale per la teoria libertaria. Le critiche estemporanee che vengono mosse ai liberali classici e ai libertari solitamente da parte di persone che per la prima volta si scontrano con i nostri argomenti sono perlopiù dovute alla non conoscenza di questa.
In realtà questo non fa che denotare una più generale incertezza nei confronti della parola "libertà", secondo molti teorici, il concetto più controverso della teoria politica.
La distinzione tra libertà positiva e negativa è opera di uno studioso inglese, Isaiah Berlin, attivo nella seconda metà del secolo scorso. Berlin rivoluzionò la teoria politica quando accusò la modernità, a partire da Rousseau e Hegel, di aver pervertito la nozione di libertà; secondo il nostro il concetto classico, quello sviluppato dai primi liberali come i parlamentaristi inglesi, consisteva nel non essere oppressi da un potere coercitivo nella vita quotidiana. Una libertà "da", insomma. In seguito alla rivoluzione francese e alle influenze di alcuni pensatori tra cui quelli sopracitati, si affermò invece il sentire comune che garantire la libertà significasse anche assicurare dei diritti positivi, come ad esempio l'uguaglianza delle opportunità. E' come dire che se la libertà di stampa, nel senso che ognuno è libero di pubblicare e diffondere stampati, è una libertà negativa, essa diventa positiva nel momento in cui si fa in modo tale che tutti abbiano accesso agli attrezzi per la stampa.
La critica di Berlin è che il lato positivo della libertà porta ad una compressione del lato negativo, dovendo giustificare un potere coercitivo per essere garantite.

Il dibattito nel mondo anglofono è stato riaperto negli anni '90 da Quentin Skinner (non quello dei Simpson), uno straordinario innovatore nel campo della storia concettuale. Non mi dilungo sul suo metodo, basti sapere che propogna una contestualizzazione dei classici del pensiero politico, una rilettura di essi alla luce della funzione che dovevano avere nel dibattito politico del tempo. I risultati, ad esempio nel caso di Hobbes, Locke e Machiavelli sono spesso sorprendenti.
Per Skinner, Berlin ha preso un granchio colossale: sarebbero proprio gli autori liberali ad aver tradito l'originaria concezione occidentale della libertà.
Innanzitutto, Skinner ci fa un grosso complimento cominciando a sostenere che il concetto della libertà politica è nato nell'Italia del nord, all'epoca delle repubbliche cittadine, ed è poi stato portato avanti nel '600 inglese dal movimento Neo-Romano (Osborne, Neville e Milton, per fare qualche nome, l'ultimo è quello del Paradise Lost). Ebbene, tutti costoro sosterrebbero che la libertà è caratterizzata da uno stato di non dipendenza dal sovrano "come quello del servo dal padrone", senza un potere discrezionale (condizione necessaria E sufficiente). La differenza può sembrare minima, ma non lo è: il grado di libertà non si misura dalla compressione dei diritti individuali, ma solo dall'essere liberi in uno stato libero. Se c'è libertà di accesso agli organi legislativi ed un criterio di rapprentanza, lo stato e chi vi abita sono liberi. Traduzione: le democrazie moderne non hanno tradito il concetto di libertà.

Si sbagliavano i liberali, insomma, ma si sbagliava anche Hobbes quando sosteneva che lo Stato necessariamente limita la libertà dei cittadini, qualsiasi sia la sua natura e costituzione (ed è per questo che i libertari dovrebbero essere sempre grati ad Hobbes, perché sta dall'altra parte ma dice la verità :)).
Ora la questione è: che ce frega? Il fatto che la concezione tradizionale della libertà fosse diversa da quella di Berlin non sta a significare che la teoria della libertà negativa non si adegui maggiormente a quella dei diritti naturali, almeno come sono stati formulati durante l'indipendenza americana. Questa è già una buon argomento per infischiarsi di questo grande dibattito contemporaneo. Ma secondo me la debolezza del ragionamento di Skinner è anche un'altra: considera la teoria della libertà degli antichi, ma non la teoria dello stato. Pur sapendo che le repubbliche cittadine padane e i parlamentaristi inglesi non ritenevano ci fosse libertà senza partecipazione diretta o per rappresentanza nel potere legislativo e esecutivo non è detto che i ruoli di quei governi corrispondessero a quelli degli stati attuali, anzi. Come dire: le libertà positive avranno anche avuto i mezzi, quella che mancava era la volontà.

domenica 14 ottobre 2007

Ron Paul: tre post al prezzo di uno.

Di seguito si trovano tre minipost, tra loro slegati riguardanti il candidato alla nomina repubblicana. Il secondo ed il terzo tentano di rispondere ad alcuni dubbi sollevati dalla blogosfera italiana. I link rimandano principalmente a video su YouTube. Sono interessanti e, se avete tempo e passione, dateci un'occhiata

Ron Paul e la Costituzione, ovvero anche il Boaro ha qualcosa da ridire.


Si può fare un giochetto: prendere uno a caso dei moltissimi video disponibili contenenti discorsi di Ron Paul e contare tutte le volte che pronuncia: constitution, constitutional, constitutionalist e altri derivati. Come ogni politico, Paul ha il suo feticcio e nel suo caso è un bel feticcio: la costituzione degli Stati Uniti d'America. Ma è anche un limite. La costituzione americana rappresenta infatti una sconfitta del partito liberale di allora (i democratici-repubblicani, guidati da Jefferson) contro il partito federalista (guidato da Hamilton) che sosteneva la necessità di inventare un governo centrale. Con la costituzione nacquero gli Usa e le ex colonie persero molto della loro indipendenza. AnCap esagitati, della statura di Hoppe, sostengono che la Costituzione è stato il cavallo di troia dello Stato, che lo ha portato a crescere in modo così impressionante nei secoli successivi. C'è da dire che comunque tra quella dei founding fathers e la nostra targata Togliatti c'è comunque una bella differenza. Chi la difende negli States è un figo e un rivoluzionario, chi la incensa da noi è... un Oscar Luigi Scalfaro.

Ron Paul e la guerra. (see Jinzo)

C'è poco da dire. Se Ron Paul spopola è soprattutto a causa delle sue posizioni antiwar, come già scrissi sul vecchio blog (quando vincerò la pigrizia lo ripubblicherò) . Questo viene visto come un handicap terribile dai conservatori italiani, e forse hanno un po' un di ragione. Da europei tendiamo temere un'isolazionismo americano, memori e consapevoli di quando ci salvarono le chiappe, 60 anni orsono (e pure dopo). Fossi un americano probabilmente concorderei parecchio sulla posizione di Paul in politica estera. Anche perché, a dirla tutta, è un tantino esagerata ad arte dai media. Paul ha votato a favore, si badi bene, dell'intervento militare in Afghanistan. Intervento legittimo fuori di dubbio, dato che i Talebani dichiaravano candidamente di proteggere alcuni qaedisti. Paul non condivide una sola tesi cospirazionista che pur serpeggia parecchio tra alcuni suoi seguaci. Per il ginecologo :D texano l'11/9 l'ha causato Al Qaida, pochi cazzi. Gli argomenti principali contro la guerra in Iraq sono: il costo spropositato, i molti soldati americani deceduti, il fatto (incontestabile) che non sono mai state trovate connessioni tra Saddam e alQaida. Sarebbero i neocon a dover spiegare perché è stato giusto abbattere il terribile, liberticida regime di Saddam e si chiudono gli occhi (e si inciucia) col ciccione Saudita (il cui legame con alQaida è più che provato).
Certo, Paul porta anche alcuni argomenti comuni a molti sinistrati (l'olio e il blowback). Con qualche piccola differenza. Il rappresentante non dice che la guerra è stata fatta per il petrolio, si limita a rilevare alcuni maneggiamenti poco chiari, avvenuti in seguito all'intervento in Iraq. Ugualmente Paul non sostiene che gli Usa si siano "cercati" l'11/9, ma che la politica estera interventista rischia di finanziare soggetti che si possono poi ritorcere contro l'Occidente, vedi alla voce Bin e Sad. Ron Paul è repubblicano, non un forumista di Indymedia, non dimentichiamolo.

Ron Paul e la vittoria (e Clinton, e Perot), [see Right Nation]

I risultati non sono un granché ma sono confortanti per la causa. Ron Paul è stimato intorno al 3% per la conquista della nomination repubblicana, che è comunque più di quanto il partito libertario non abbia mai fatto. Come se non bastasse sta facendo un'ottima figura negli straw poll locali (compreso quello, importantissimo, dello Iowa, dove è arrivato solo quinto ma ha doppiato Giuliani, il favorito). Ieri mi è finito sotto gli occhi questo articolo nel quale si sostiene che Ron Paul forse è il republicano con maggior speranze di battere la Clinton. L'unica cosa di cui l'autore, un militante, non si rende conto è che l'establishment repubblicano, probabilmente, preferisce Hillary a Paul, e ho detto tutto. Però il resto è vero. Come confermano le recenti dichiarazioni di Bush, la politica estera è un'issue destinata a passare in secondo piano. Su tutto il resto, per un conservatore autentico, vince Paul. Anche sui "poco importanti" temi etici.
Andrea Mancia in un recente post, ritiene sia una follia che un quarto dei repubblicani si dichiari pronto a votare un terzo partito pro-life. A me sembra una follia il nostro sistema ultrainclusivo, che permette ai comunisti di governare insieme ai democristiani e a liberali di correre con democristiani e postfascisti. Gli americani sono coerenti e non barattano i loro valori. Nel 1992 un terzo partito, quello di Perot, fece vincere Bill Clinton, è vero, ma punì a dovere i repubblicani rei di aver tradito i taxpayers non diminuendo le imposte. Questo ha permesso (o costretto), un decennio dopo, a Bush jr di finire il mandato con il più grande extragettito della storia -un vero e proprio tesorone- che verrà restituito ai legittimi proprietari.
Ora guardiamo in faccia la realtà dei temi etici. Il popolo conservatore americano è ben diverso da quello italiano. Noi abbiamo avuto presidenti e primi ministri atei, per l'America sarebbe uno scandalo. In compenso, noi votiamo leggi illiberali, mentre gli americani si accontentano che il loro presidente sia un buon cristiano. Ora, io sono europeo, e per me Rudy è più che ok, ma se c'è un tale malcontento in ambiente Gop un motivo ci sarà. O pretendiamo di insegnare agli americani ad essere tolleranti?
Per quanto riguarda le posizioni etiche, Paul è, ancora una volta, il top. Padre di famiglia, battista, non divorziato, ha un comportamento cristianamente irreprensibile e, cosa che ci interessa ancor di più, non ha posizioni coercitive su nulla. Per quanto riguarda l'aborto è assolutamente pro-life, ma ritiene non sia compito del governo federale legiferare a riguardo, è a favore della legalizzazione delle droghe leggere, è per la totale astensione dello Stato su problemi di natura morale. In una parola: è il migliore, tutti gli altri posso al limite essere i meno peggio.

lunedì 8 ottobre 2007

Quattro cosette inutili sulle tasse.

I) Il problema non è tanto che un ministro dice che le tasse sono bellissime, il problema è che sono in molti -troppi- a crederci. La fandonia delle imposte come strumento estremamente civile, attraverso il quale una comunità partecipa a delle funzioni essenziali come sicurezza e sanità viene inculcata nelle vergini menti fanciullesche a partire dalle lezioni di educazione civica in terza elementare, prosegue lungo tutta la scuola dell'obbligo e giunge nelle facoltà universitarie tant'è vero che è estremamente raro trovare un laureato in giurisprudenza o in economia il cui pensiero differisca dal mainstream politicamente corretto, statalista e keynesiano. È un problema che condividiamo con tutta l'Europa che ha visto vittoriosi i paradigmi illiberali di stampo marxista e hegeliano, come dimostra questo monumento all'esattore delle tasse situato in Tampere (nella foto).
Ci sono migliaia di argomenti per sostenere che le tasse fanno schifo. Stavolta, per cambiare, mi limiterò ad elencarne due di carattere etico, perché se è vero che anche gli argomenti utilitaristici hanno una loro importanza è anche vero che preferisco lasciarli alle femminuccie con la calcolatrice :)

II) Il primo è etimologicamente intrinseco alla parola "imposte", cioè la natura coercitiva delle stesse. Mettiamola così: se ogni giorno devo comprare cose necessarie per vivere, come cibo e come abiti perché allo stesso modo non dovrei comprarmi (in parte già lo si fa, in barba alle tasse) i servizi sanitari e di istruzione? La risposta più ovvia è che, essendo servizi basilari e costosi, l'accesso a questi deve essere garantito a tutti. Questa argomentazione scricchiola un po' dato che adesso pure la classe operaia va nei paradisi tropicali per le ferie. A ben vedere gli unici "nuovi proletari" che hanno considereolmente bisogno di assistenza statale sono alcuni neoimmigrati (molti dei quali "importati" ad arte), a cui certe parti politiche fanno la corte (e a cui minacciano di estendere il diritto di voto, al solo scopo di salvaguardare "il problema sociale"). La solidarietà è un'altra parola che viene spesso stuprata per sostenere la "bellezza" dell'imposizione fiscale. Io sono convinto che questo sentimento o sgorghi naturalmente dall'essere umano o non si può chiamare con questo nome. La solidarietà infatti esiste sia per la natura civile e comunitaria dell'essere umano, sia per ragioni di convenienza, è infatti opportuno creare un sistema di mutua assistenza nella comunità dove si vive in quanto non ci è dato a sapere se e quando ci troveremo nei guai.

III) La coercività delle tasse va presa sul serio. Esempio ne sono i coniugi Brown. Due distinti signori estremamente ricchi (e la cosa mi piace, dato che è fin troppo facile stare dalla parta dei pòareti). Ed ed :) Elain Brown avevano pianificato sul serio la loro protesta fiscale. Si tratta proprio di protesta, perché non c'è dubbio, sarebbe stato per loro molto più conveniente pagare le tasse, o persino anche l'arretrato con mora. Invece no, un giorno si sono detti: "smettiamola qua, e da oggi non diamo più un soldo al governo". La loro è stata una letterale secessione dal governo federale americano. Essendo assicurati, non avendo figli da mandare all'università ed abitando in una specie di castello con fossato, i Brown erano completamente indipendenti dai servizi del governo. Ragion per cui, ogni soldo versato al Fisco americano era da considerarsi un furto, nel vero senso della parola. Quindi la loro "evasione" è da considerarsi assolutamente etica anche se non meritoria come quella di Thoreau. Per l'autore de "La disobbedienza civile", infatti, la goccia che fece traboccare il vaso fu il fatto che le sua tasse sarebbero andate a finanziare la guerra ispano americana e a sostenere la schiavitù. I Brown, invece volevano semplicemente tenersi i loro soldi, ma l'assunto di fondo e il metodo non cambiano.

IV) Un'altra ragione per cui le tasse fanno schifo è che esse conducono ad una vera propria alienazione del lavoratore dal frutto del loro lavoro. Ogni acquisto è il frutto di una transazione volontaria, l'acquirente solitamente cede il suo denaro in cambio di un bene che preferisce ad esso. Ogni centesimo che va in tasse, invece, è come se finisse in un buco nero, dal quale non farà mai più ritorno. Questo ragionamento è valido per grandi comunità artificiali, come gli stati moderni e in particolare per l'Italia. Molti pagano tasse esagerate, ma nessuno è in grado di vederne derivare benefici proporzionati, in parte perché se ne vanno in corruzione e clientele, in parte per un eccessiva dispersione territoriale. Capita così che anni fa una regione italiana decise di proporre un bozza costituzionale in cui avanzava qualche timida pretesa di trattenere un po' più di liquidità all'interno del proprio territorio. Un ministro allora al governo gridò allo scandalo dicendo che se fosse stata accettata dale oscenità la sua, di regione, non avrebbe più potuto costruire scuole e ospedali. Il che è come dire che la Slovenia dovrebbe pagare le strutture pubbliche all'Albania, ma lasciamo stare. Ora il ministro non è più tale, fa il presidente della sua regione. Che, per inciso, ha il più alto tasso di evasione in Italia ma che, al contrario dei coniugi Brown, dipende dalle altrui tasse.

Idolo delle folle (di libertari)

E' facile per chi la pensa come me essere d'accordo più o meno con tutti gli "oratori" della conferenza su flax tax e federalismo fiscali, ma raramente qualcuno riesce a dire qualcosa di realmente "nuovo" capace di andare oltre anche i nostri luoghi comuni. E' il caso di Oscar Giannino, che in mezz'ora scarsa ha snocciolato decine di argomenti inediti, per me ma credo anche per molti altri. Fenomenale. Scorrono brividi lungo la schiena per la bravura retorica, la forza delle idee, l'originalità dell'approccio ma anche per alcuni retroscena inquietanti di norma sempre ignorati.

martedì 2 ottobre 2007

L'occidentale e il libertarismo - Cofrancesco

Premessa: queste righe parlano di tre articoli apparsi sull'occidentale mesi fa. Scrivo ora perché recentemente sullo stesso schermo è apparsa una critica molto stimolante, che desidererei analizzare in seguito. Mentre scrivevo mi sono accorto che rischiavo di fare un post in cui si parlava di niente e di tutto, per cui le ho scorporate. Per non buttare via il lavoro le pubblico comunque, a guisa di introduzione.

L'attacco, ormai divenuto una costante, condotto dalla rivista online "L'occidentale" di orientamento liberale e (neo)conservatore al "libertarismo" è significativo per molte ragioni, che tenterò di ripercorre. La prima è una presa d'atto. Il termine libertarismo continua in Italia a generare una sorta di paranoia dovuto al fatto che con esso non s'intende quella particolare filosofia politica sviluppata principalmente in America nel corso dell'ultimo secolo, ma una sorta di attitudine esortativa alla tolleranza senza compremessi e al fare quello che si pare, mutuata nell'ordine dall'anarchismo francese, dal sessantotto, infine dalla rivisitazione pannelliana del libertarismo Usa. Di questo pregiudizio è affetto il primo intervento di Dino Cofrancesco, professore di filosofia all'università di Genova, sicuro esperto del pensiero liberale ma che nulla sa dell'oggetto del suo stesso articolo. Di certo avrebbe meritato uno sano sberleffo, invece ha ricevuto come contappeso un contributo di Carlo Lottieri che è servito, per l'ennesima volta, a chiarire misunderstanding lessicali.
Cofrancesco, invece di fare un pochino di ammenda, replica questa volta attaccando direttamente Carlo Lottieri. Rispetto alla prima reprimenda, almeno questa volta l'autore ha la creanza di informarsi il minimo indispensabile. L'articolo riguarda principalmente la critica libertaria al principio democratico. L'argomento è semplice: per i libertari la democrazia non può mai giustificare una violazione dei diritti naturali dell'individuo. Cofrancesco ignora questo punto di partenza, che a ben vedere è garantista, non reazionario e si focalizza esclusivamente (dopo la solita battutina sugli spinelli radicali) su una citazione di Lottieri che parla delle conseguenze nefaste dei moderni welfare-state. A parte le continue citazioni di classici dello stampo di Max Weber (che sanno tanto di argomenti ex auctoritate, peraltro fuori contesto) l'articolo non è altro che un pretesto che continuare la polemica cambiando totalmente topic (dalla democrazia libertaria spinta, ai libertari antidemocratici) ma mantenendo intatto il bersaglio (un'idea confusa e superficiale del libertarismo).

Per quanto riguarda la critica alla democrazia va ricordato che, al di là del manto di sacralità che questa parola gode oggigiorno, essa non è che un blando metodo per prendere decisioni, che si basa, nella fattispecie, sulla regola della maggioranza. In quanto tale non può essere né buono né cattivo in sé. Immaginiamo che dei condomini debbano decidere di che colore riverniciare lo stabile in cui abitano: la democrazia è un buon metodo. qualcuno rimarrà scontento, ovvio ma si faranno contente più persone possibile. Per fare un altro esempio di metodoo valido: quando la scelta è difficile è meglio accordarsi su un individuo, ritenuto esperto, a cui affidarsi (arbitrato). La teoria libertaria non attacca la democrazia rimpiangendo l'assolutismo, come si crede nell'articolo, ma la ridimensiona a quello che veramente è: un sistema tra gli altri, con pregi e con difetti.