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mercoledì 28 novembre 2007

Diritti Naturali, un'ipotesi austriaca

Si diceva che il giusnaturalismo altro è stato usato, nella storia, esclusivamente come metodo. Tutti gli autori giusnaturalistici dai classici fino a Rawls hanno usato i diritti naturali come fondamento della loro teoria analitica . Si cercava insomma di trovare un punto comune per portare avanti una discussione sulla natura del giusto sistema politico.

Ma cosa si intende per diritto naturale? In sostanza che gli uomini in quanto tali siano dotati di determinati diritti che non possono assolutamente essere lesi. Si può essere convinti di ciò per ragioni religiose o per determinate convinzioni riguardo la natura umana. Alcuni darwinisti (il cui progenitore ilustre può essere rintracciato in Herbert Spencer) scorgono il diritto naturale all'interno del codice genetico: le stesse leggi, l'etica e la morale sarebbe il risutato di un conveniente processo evolutivo.

Sebbene entrambe le concezioni siano interessanti possiedono tuttavia qualche difetto: la prima sfocia nell'ambito della teologia e quindi delle credenzi personali, la seconda ascrive alle scienze naturali quello quello che dovrebbe essere oggetto delle scienze sociali: l'indagine sulla natura e sulla condizione umana. Non a caso i pù grandi sostenitori del giusnaturalismo all'interno anche del pensiero liberale e libertario provengono, almeno nell'ultimo secolo dalla scuola austriaca di economia.
Questa scuola economica ha delle peculiarità dal punto di vista epistemologico (cioè su cosa considerare scientificamente legittimato o meno): innanzitutto intende l'economia come scienza dell'agire umano, uno studio delle iterazioni tra attori coscienti e razionali, in secondo luogo considera i giudizi sintetici a priori il perno del suo sapere. Gli a priori sono giudizi veri sempre, a prescindere dal contesto storico e dall'esperienza. Alcuni esempi: “un corpo occupa spazio”, “in assenza di coercizione la scambio tra due persone avviene se e solo se ogni attore si aspetta un beneficio da esso” e così via.

Da un punto di vista “austriaco” i diritti naturali, sarebbero quindi l'apriori della giurisprudenza. Enunciati come “non è lecito iniziare aggressione contro la persona e la proprietà altrui” devono valere sempre in ogni diritto. Un'obiezione spontanea a questa punto può essere che nella realtà dei fatti le cose non vanno così e che nelle società tradizionali e persino in alcune di quelle odierne questo diritto non è considerato affatto naturale. Basta pensare al diritto islamico considera lecita la lapidazione di una donna adultera, il diritto dei Ba-Wenda considerava lecito l'uccisione degli umani non Ba-Wenda a scopo alimentare, il diritto sovietico considerava lecito l'uccisione dei dissenzienti e così via fino alle nostre piccole schifezze odierne. Al di là del fatto che Rothbard, il mio punto di riferimento in questo scritto, era un antirelativista assoluto e considerava la civiltà occidentale l'unica civiltà, c'è un altro modo più diplomatico di aggirare questo paradosso “antropologico”.

Prendiamo ad esempio la concezione “austriaca” del teorico del diritto Bruno Leoni*: il diritto non nasce dall'alto ma dalla contrattazione di individui. Questa asserzione è sicuramente valida storicamente, altrimenti difficilmente sarebbe esistita una civiltà. Difficilmente, però può esistere una contrattazione senza ammettere il diritto all'esistenza, alla vita della controparte. E' l'applicazione dell'etica del discorso alla formulazione delle leggi: come non può essere dato un dialogo sena la rinuncia dei partecipanti a pestarsi non ci si può mettere d'accordo su una regola comune senza se ognuno non rinuncia all'aggressione. Un ragionamento analogo consiste nell'applicazione dell'estoppel, una dottrina della common law britannica, così suggerito da alcuni giuristi come Kinsella e Shearmul. Altro non si tratta che di uno stratagemma logico per giustificare la punibilità dei criminali: un soggetto che ha compiuto un certo tipo di crimine ad esempio aggredendo qualcuno non può lamentarsi di avere la propria libertà limitata dall'uso della forza.
In un altro caso Kinsella porta l'esempio di una ragazza il cui patrigno aveva promesso di pagare la retta all'università. L'impegno era rimasto evaso e la ragazza era entrata in causa con la sua università. Il comportamento della ragazza che ha regolarmente frequentato il college incoraggiata dal patrigno, secondo il principio dell'estoppel, è la prova che l'impegno era stato percepito come un contratto. Questi sono solo alcuni esempi della procedura per individuare i diritti naturali: alla vita, alla proprietà, al rispetto della parola data.
Perché questi diritti in determinati casi storici non vengono affatto considerati "naturali"? La risposta è che vengono aritificosamente falsati da poteri coercitivi. Nei casi sopra elencati risulta evidente come poteri organizzati al servizio di determinate ideologie abbiano attraverso la positivizzazione del diritto (ovvero l'emanazione arbitraria dele leggi da parte di un un organo sovrano) snaturalizzato e pervertito lo stesso. Viceversa, in assenza di coercizione e di un potere centrale, i diritti naturali sono una necessità, in quanto dovranno emergere alcuni principi di base che non prevedono eccezioni, in quanto l'eccezione richiede un potere sovrano.



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Per approfondimenti

M.N. Rothbard, Introduzione al Diritto Naturale (inglese)
Stephan Kinsella, Estoppel, A new justification of individual rights (sempre inglese)
Approcci libertari all'etica del discorso (sempre inglese)


*Devo segnalare che secondo molti esegeti la teoria giuridica di Bruno Leoni non è né giusnaturalistica, né giuspositivistica, anzi il secondo non è affatto risparmiato perché un diritto consuetudinario, nato in seguito a contrattazioni è la rinuncia di fatto a principii fondanti.


Nella prossima puntata ;) , più avanti vedrò di parlare della legge di Hume, di Kant, di Nozick e di alcune problematiche.

Ripubblicato il 6/12/2007.

martedì 27 novembre 2007

Diritti naturali - premessa.

Secondo molti tra quelli che condividono le mie idee, il fondamento naturale del diritto è poco più che un'optional, un'allegra favoletta in cui fa bene credere, ma che è in realtà arduo dimostrare, manco fosse l'esistenza di Dio.
Ciò dipende, secondo me, da una definizione non completamente esatta di diritto naturale, molto spesso ritenuto banalmente il ritenere che esistano dei diritti inviolabili di cui l'uomo è investito. Se fosse semplicemente così bisognerebbe trovare una sorta di tavola della legge con questi diritti scritti sopra, o perlomeno postulare un ancoramento soprannaturale agli stessi. In poche parole sarebbe sì una fede.
Gran parte di questa concezione deriva dai testi considerati giusnaturalistici per eccellenza, ad esempio la costituzione americana o -udite, udite- il Leviatano del nostro amico Tommaso Hobbes. L'esito illiberale di quel libro satanico non lo esclude infatti dalla stessa scuola di pensiero che di Locke e prima ancora di Tommaso D'Aquino. La costruzione politica di Hobbes è basata infatti su degli assunti che vengono nominati diritti naturali. In realtà con questo nome Hobbes spaccia la sua particolarissima antropologia materialistica dell'homo homini lupus, attraverso una serie di asserzioni che arrivano ad postulare il sovrano assoluto come il minore dei mali e la cui istituzione, paradossalmente ma non troppo, darà inizio ad un diritto positivo del tutto arbitrario.
Questo dovrebbe essere sufficiente per scoprire il trucco. Il diritto naturale, nella sua concezione classica non è tanto il fine del ragionamento politico, ma il mezzo o meglio ancora il punto di partenza. Per gli autori del XVII secolo, Locke incluso, l'osservazione antropologica (=l'enunciazione dei diritti naturali) era la base della teoria politica. Per i più umili (e interessanti) pamphlettisti come i levellers asserire che gli uomini hanno determinati diritti era necessario al fine di asserire le proprie tesi. Un metodo, dunque, e nulla più: il giusnaturalismo era nient'altro che lo standard del discorso politico dell'epoca.
La scenetta, a pensarci, oggi cambia solo nei contenuti (i diritti pretesi dai radicali del 600 erano più che giustificabili), con i centri sociali che reclamano il loro "diritto" ad avere uno spazio d'aggregazione, studenti che richiedono il "diritto" ad un salario di studio, omosessuali che vogliono il "diritto" ad un matrimonio riconosciuto dallo stato.
Per i liberali, invece, il diritto naturale è la legittima difesa contro l'arbitrarietà del potere. Non solo, nell'appellarsi ad esso risiede l'arma migliore per conseguire il fine politico liberale: la limitazione del potere statale, che in quanto tale danneggia, anche solo esistendo, i nostri diritti.
Un'esigenza, dunque. Ma come provarla? Come possiamo pretendere che i nostri diritti che vogliamo universali e naturali siano più concreti di quelli precedentemente elencati? Come farlo senza cadere in una petizione di principio?
La risposta alla prossima puntanta (quando ne ho voglia, comunque molto presto).

domenica 25 novembre 2007

Bruno Leoni

In questi giorni, in occasione del 40° anniversario della sua morte , in molti lo stanno ricordando, ed è un sollievo.

Di lui ho letto, più di due anni fa, La libertà e la Legge. Non ho una grandissima memoria a lungo termine ma due tesi di questo importantissimo libro mi sono rimaste ben calcate in testa e non mi abbandoneranno mai:

1) Il diritto nasce dalla continua contrattazione tra privati e dovrebbe venire "scoperto" da esperti, non inventato da imbecilli . Pertanto un ordinamento consuetidinario è l'unico in grado di adeguarsi alle istanze della società in modo corretto e causando meno torti.
2)Il potere legislativo è il MALE. Andiamo a votare come dei pirla gente che poi legifererà per premiare e punire minoranze. I parlamenti democratici pensano di risolvere ogni problema con una nuova legge producendo, nel migliori dei casi, tonnellate di regolamenti che male omologano una realtà differente. L'inflazione legislativa, inoltre, causa una crescente insensibilità verso le leggi. Teoricamente vige ancora il motto "ignorantia legis non excusat", in pratica la conoscenza delle stesse è limitata ad una piccola cricca di privilegiati, le leggi vengono meno prese sul serio e anche la Rule of Law ne risente.

Risulta chiaro come questo testo evidenzi gran parte dei problemi che affliggono le moderne democrazie, in particolare quella italiana. Altrettanto chiaro che pur italiano, proprio nel nostro paese Leoni fu ed è ancora largamente ignorato.
L'apporto di Bruno Leoni è unico e geniale nel panorama della filosofia del diritto affollato da positivisti, decisionisti, normativisti. Dal canto suo sottolineava di vedere una grande coerenza nell'assenza di una costituzione nell'ordinamento giuridico inglese, dato che la disciplina strettamente consuetudinaria impediva l'ancoramento a qualsiasi tipo di norma. La mancanza di una carta base, pertanto, non andava a difetto della libertà, ma alla salvaguardia della stessa.

Purtroppo l'avvento degli stati giacobini ha letteralmente divelto il diritto delle nazioni (vedi il discorso di Pearasto, qui sulla destra) a favore di uno codicistico elaborato dal sovrano. In questo modo siamo stati defraudati di uno dei nostri beni più grandi e allo stesso tempo messi sotto il giogo di un potere assolutamente discrezionale.

lunedì 19 novembre 2007

Sei tu John Wayne? E io chi sarei?

I commenti al post sul caso Jokela mi hanno convinto a scrivere qualcosa sul diritto a portare armi, in modo da rispondere alle critiche liberal, o almeno spiegare il mio punto di vista al riguardo.

Difendersi dall'aggressore è un diritto naturale (inalienabile). Il fondamento analitico è molto semplice: "altrimenti si muore".
Ciò è comprovato anche dal fatto che una delle ultime vestigia di giusnaturalismo nel nostro diritto è proprio il fatto che una persona che uccide un aggressore che ha messo in pericolo la sua vita non commette reato. Questo, almeno, in teoria. In pratica ti fanno un mucchio di problemi e si rischia di pagare di più di un autentico assassino.
Le armi da fuoco sono l'unico strumento di autodifesa efficace contro le altre armi da fuoco e quindi non si possono vietare.
A questo punto di solito un liberal ribatte che se nessuno avesse armi da fuoco (e siccome non viviamo nel 1300 ciò significa vietarle) non ci sarebbe necessità di autodifesa attraverso esse, e il mondo sarebbe più sicuro. Per chi?
L'argomento liberal è quello che si verifica attualmente nel mondo in cui viviamo: lo stato è il monopolista autolegittimato della violenza e quindi della sicurezza. La balla che ci viene fatta bere adesso è che questo va a nostro vantaggio. Non è vero, e non lo dico perché sono un pazzo senza speranze, ma perché è comprovato storicamente. Le restrizioni sulle armi da fuoco sono un'invenzione degli stati moderni per motivi di sicurezza interna. L'obiettivo era ed è quello di poter sedare molto facilmente rivolte e sedizioni (nel Medioevo sarebbe risultato ridicolo contingentare archi e spade, le armi più potenti all'epoca). Le restrizioni europee sulle armi derivano tutte da leggi aventi espressamente quello scopo (in Italia credo ci siano ancora regi decreti a regolare ciò). Se il regime fascista avesse avuto più fortuna nel controllo delle armi, la Resistenza non ci sarebbe stata.
L'eccezione degli Stati Uniti è illuminante a tal riguardo. Mi ricordo che un film, ambientato nel presente, c'era questa battuta: "proibire le armi? e come facciamo a difenderci se il re ci invade?". Risulta chiaro il concetto che la sicurezza è a spese del privato cittadino, che dunque detiene il diritto a portare armi. Armarsi per difendersi dal potere è ben radicato nello spirito redneck. Dopo la strage del Virginia Tech, mentre in Italia c'era il solito dibattito sulla facilità di reperire armi negli USA, oltreoceano la cagnara la faceva la National Rifle Association. Motivo? Il campus era zona off-limt per le armi (giustamente). Molti gun owners sostennero che se tale limitazione non ci fosse stata, al posto di undici morti ce ne sarebbero stati due (la prima vittima e il killer). Questa regola in genere è valida. Proibisci qualcosa e gli onesti la rispetteranno, i criminali no. Esito: più criminali armati in proporzione. In un paese come l'Italia, dove le persone girano armate sono molto poche, le leggi restrittive hanno fatto la fortuna dei delinquenti col coltello.
A questo proposito, il mio amico che commentava ha tirato fuori un altro argomento molto caro ai liberal. Uccidere con la pistola è più facile, perché basta premere un bottone. Vuoi mettere la cattiveria necessaria a sgozzare uno? Cito testualmente:
Le armi a volte hanno la responsabilità nell'uccidere le persone, spersonalizzando il gesto della morte. E' diverso e molto più facile premere un grilletto, piuttosto che spaccare la testa a qualcuno a mazzate da baseball. Pensateci: avete mai visto una strage in un liceo compiuta con una mazza da baseball? (argomentazione anche piuttosto diffusa su internet, ma giuro, non avevo letto nulla in proposito).
Punto terzo: sempre sul distacco dalla morte. Dai, ammettetelo tutti nella vita avete pensato “Quello lì lo uccido”. Quello è il primo scalino. Poi di solito uno se la mette via, ripensa ai dieci comandamenti o al giusnaturalismo e si calma. Qualcuno no; qualcuno sale il secondo scalino. Tipo “Adesso quello lì lo ammazzo davvero” (qui il commento completo)
Chi fa le stragi le fa con i fucili, e le fa a dispetto delle leggi e della protezione dello stato. Il primo punto è un buon argomento per evitare di proibire mazze da baseball, più che altro.
Il secondo punto è inquietante: ricorda per un certo verso la novella di Pirandello "il Soffio". Mettiamo che domani si scopre che soffiando tra l'indice e il pollice verso qualcuno si provoca la morte di costui. La soluzione statalista sarebbe quella di troncare le dita a tutti, quella liberale di fare il culo a chi ci prova e a chi ci riesce. Il terzo punto è deprimente, in quanto indica quello che purtroppo è il pensiero dominante nella società attuale: considerare normale che a qualcuno gli prendano i cosidetti cinque minuti e, siccome ha una pistola, la usi. Questo atteggiamento è paradigmatico in quanto rivela la concezione che lo stato e i suoi amici hanno dell'umanità: un branco di bambini immaturi e capricciosi, da comprendere e prevenire, piuttosto che punire. Con ciò non voglio negare che gente del genere esista e qualora con libero arbitrio decidano di sparare a chi ha avuto la brutta idea di scherzarli andrebbero rimossi dalla società.

Detto ciò, concludo con il vero problema che dobbiamo affrontare nella vita di tutti i giorni: difenderci dai pazzi che sparano nelle scuole. La brutta notizia è che siamo indifesi e se qualcuno -Dio non voglia- ha la volontà e riesce a procurarsi armi potrebbe replicare lo show in qualsiasi scuola italiana. Se questa cosa dovesse accadere, magari più volte, si renderebbero necessari controlli e metal-detector nella maggior parte delle scuole. Ma sono convinto che l'arma migliore sia il controllo reciproco. Il tizio di Jokela era un malato mentale, strano che nessuno se ne sia accorto prima. Per fortuna, invece, quando un tizio, anch'esso con le rotelle fuori posto, si è bullato con gli amici di voler fare la stessa cosa, questi qua sono andati dalla polizia, che ha scoperto che il bulletto (poi suicidatosi) faceva sul serio. Qui la notizia. Notare che il titolo dice "la polizia sventa massacro". Vero per niente, ma siamo alle solite.