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mercoledì 24 ottobre 2007

"Gay si nasce". Consigli per gli acquisti.

Quando è scoppiata la cagnara sull'affaire Risé ammetto di essere cascato assolutamente dal pero.
Riassumo la vicenda per chi si fosse perso questa grande vicenda (cioé un lettore non tocquevilliano a caso). Claudio Risé è uno psicoterapeuta noto per alcune battaglie: per il ruolo della paternità in una società mammocentrica (che condivido in pieno), contro l'uso della cannabis (che condivido molto meno). A marzo, sul Domenicale esce un articolo a sua firma che cita quello che per me è un perfetto sconosciuto, Joseph Nicolosi, un tizio che sostiene di "guarire" giovani confusi sessualmente. Scoppia la bufera. Molti accusano che Nicolosi è un pericolo pubblico. In effetti dubito che si possa asportare da un omosessuale la sua "gaiezza", e probabilmente può risultare più controproducente lo sforzo psichico per cambiare la propria sessualità (sempre se è possibile) che non accettarla. Ma anche vero che molti che si recano da questi terapeuti lo fanno perché vivono male la loro condizione. Insomma, la mia posizione al riguardo è delle più ignave: non so se possa essere possibile e, sinceramente, non me ne importa più di tanto.

Ben presto, tuttavia, ci si rese conto che il vero problema era tutt'altro: ovvero se uno omosessuale ci nasce o se lo diventa col tempo. E' una questione dibattuttissima, persino tra i genetisti. Poi, non è detto che la soluzione sia per forza una sola.
In quell'occasione, comunque, mi meravigliai di come alcune persone (gay o meno) prendessero come un'offesa terrificante la negazione della teoria genetica. A me sembra invero molto comodo, divide il mondo in due: etero e omosessuale (palese il fatto che non sia così). Se fosse vero è solo una questione di tempo e l'orientamento di un individuo sarebbe conoscibile dalla nascita mediante appositi test. Magari lo si potrebbe scrivere anche sulla cartà di identità tra il sesso e la data di nascita. Magari si potrebbe fare in modo che lo Stato riconosca le unioni solo con il sesso che ci è stato assegnato dalla natura, tanto per avocare un altro po' della nostra libertà di scelta. In breve, non so chi dei due partiti abbia ragione (e, ribadisco, manco mi interessa) ma non vedo questo grande progresso nell'affermare la determinazione genetica, se non un'altra vittoria dell'olismo. Insomma, perché è così importante convincere la gente di ciò? Non ho ancora trovato risposte.

Quando questa mattina è apparso sui muri di Firenze questo manifesto, preludio di un'iniziativa ben più ambiziosa e interamente pagata con i soldi pubblici, le associazioni di omosessuali tipo Arcigay e i soliti autoproclamati re dei ricchioni (gente come Grillini) hanno ovviamente plaudito. Sul sito del corriere molti commentatori dicono che è una mossa "avanti", degna di un "paese civile". Ebbene, anche la civilissima Germania hitleriana considerava l'omosessualità un fenomeno genetico, e di conseguenza sopprimeva i gli individui irrimediabilmente afflitti. Il paradosso è proprio questo: i genii che hanno concepito il manifesto si illudevano forse di propagare la tolleranza, se ne illudevano al punto tale da ritenere superfluo precisarlo. E invece hanno pubblicizzato solo una teoria, sovrapponendo la reclame alla scienza a nessun beneficio né del privato cittadino, né degli omosessuali.

Hat tip: l'avvocato Max, Davide Giacalone

mercoledì 17 ottobre 2007

"I neri sono scemi". L'olismo e l'etica dell'individuo


In attesa che James Watson venga condannato alla pubblica gogna per le sue recenti, vecchie affermazioni, c'è forse qualche piccola lezione da trarre dalle stesse. La prima, dovremmo già averlo capito, è che il Nobel non fa il genio, cioé essere premiati, magari meritatamente, come nel caso di Watson, per l'apporto al proprio campo di studio, non dà il diritto di essere preso come un oracolo ogni volta che si apre bocca. La seconda, ben più importante, è che, al di là che si sia o meno uomini di scienza bisogna sempre mettere l'umano al primo posto e quando dico umano intendo l'individuo. Le agghiaccianti posizioni di Watson, infatti, derivano da un olismo (il procedimento epistemologico per cui si privilegia il "tutto", i grandi insiemi) che nel campo scientifico può dare buoni risultati, ma che deve essere radicalmente escluso da ogni ragionamento etico e da ogni scienza sociale.
Watson sostiene che i neri sono più stupidi dei bianchi ed è confortato da una miriade di dati statistici che, a conti fatti, sono poco meno che toilet paper. Le sue argomentazioni, in primo luogo non sono affatto nuove. Tatu Vanhanen, professore di Scienza Politica all'Università di Tampere e padre dell'attuale primo ministro finlandese (partito di Centro) ha dedicato gli ultimi anni a studiare le correlazioni tra QI e benessere delle nazioni (titolo anche di un suo libro)*. Secondo Vanhanen il QI è un dato fondamentale per comprendere le condizioni (e anche il livello di disuguaglianza) tra i diversi paesi. Quella che emerge è la stessa tesi di Watson (elementare, direi): il continente Africano è condannato dalla stupidità dei suoi abitanti.
Ci sono due elementi, a mio parere, che contraddicono questa posizione. La prima è che i test del QI sono strumenti totalmente inefficienti e che, se misurano qualcosa, questa "cosa" non è necessariamente quel tipo di intelligenza fondamentale a vivere in una società civile. Come se non bastasse, i test del QI sono pensati da persone scolarizzate per persone scolarizzate. In paesi come la Guinea Equatoriale (all'ultimo posto), l'analfabetismo supera il 60%. In secondo luogo, occorre rilevare che il QI varia più sensibilmente all'interno di un qualsiasi paese che non da "paesi intelligenti" e "paesi stupidi". In ultima battuta, non risulta che tra gli afroamericani e i Wasp, a parità di istruzione, ci siano differenze sensibili.
Insomma, il difetto di ogni ragionamento simile è che prende come unità di misura grandi popolazioni, niente di male a livello statistico, ma assolutamente inutile se si vuole generalizzare dimenticando che ogni individuo vale per se stesso, per nascita e storia personale. Pretendere di trarre da indagini di questo tipo strumenti per politiche pubbliche (anche se chiaramente il sottoscritto non condivide gli aiuti statali ai paesi in via di sviluppo), significa imboccare la stessa strada che ha portato alle più grandi tragedie del XX secolo.
Resta da dire che J. Watson rimane uno dei simboli della scienza che non mi piace, quella becera e antiumana che pone qualche acido microscopico dinnanzi a quello che anche per un laico deve essere il miracolo più grande: l'unicità e la diversità di ogni essere umano.

*Chicca: lo sapete quale paese ha il rapporto benessere/intelligenza più basso d'Europa?
L'Italia, che a fronte di un'indice di sviluppo più basso della media europea sarebbe il paese più sveglio del vecchio continente.