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martedì 22 gennaio 2008

Cosa leggo

Cambierà la vita a molti, sapere quello che leggo. E' questa la funzione della simpatica colonnina che ho aggiunto qui a fianco. In verità, serve per ricordare a me cosa sto leggendo, in modo da non abbandonare libri, mia invalsa abitudine. I primi due della lista sono "Dialettica dell'illuminismo", forse il migliore tomino che due menti marxiste abbiano mai prodotto (sì è un altro di quei libri che farò finta di capire) e "Infinite Jest", romanzone avantpop di un genio vivente della letteratura mondiale. Bellissimo, ma eterno e con periodi che talvolta superano le due pagine. Ce la farò? gambling.911 mi dà 1:12.
Ieri ho finito la prima parte de La Rivolta di Atlante, il più importante romanzo di Ayn Rand, ideatrice delll'oggettivismo. Beh, non mi è piaciuto. Prolisso, pesante, con uno stile che spesso fa invidia ad Harmony. I personaggi sono legnosetti e divise in due categorie manichee: i fighi, che la vedono giusta, e i perdenti, che invece no. Dalla prima battuta che uno spara si può relegarlo eternamente nel giusto girone. Capisco che questo faccia parte del giuoco, ma per tutti i personaggi? Pollice in giù anche per le paranoie di due pagine e mezzo. Certo le fa anche David F. Wallace e Dostoevskij, ma il primo fa ridere e il secondo è russo. Che dite? Anche la Rand è russa? Touché.
Punto di forza è, naturalmente, il fine morale del romanzo. Mi avrebbe sconvolto se non l'avessi saputo in anticipo.
L'obiettivo della Rand era quella di rappresentare un mondo dove un socialismo edulcorato ha sancito la vittoria delle larve parassite su chi produce e lavora. Ricorda vagamente l'Italia? Magari. La protagonista lavora nel campo delle ferrovie e va in giro per l'America a costruire binari. In Italia non si può fare perché per legge la rete ferroviaria è pubblica, e poi comunque arriverebbe Pecoraro Scanio. Verso la fine del romanzo, viene imposto all'unico Stato con un'economia rampante, il Colorado, di pagare una tassa speciale per venire incontro alle esigenze degli altri Stati svantaggiati. In Italia funziona così dal 1861, ma non si può dire perché sennò sei razzista. In più, non c'è nemmeno il privilegio di avere una tassa col nome e cognome a questo fine, tanto è considerato pietra angolare del sistema. Le altre numerose leggi, da quella della "parificazione delle opportunità", fino al calmieramento della vendita dei libri di successo (nel nostro caso le sovvenzioni alla stampa) esistono già, seppure in forme leggermente diverse.
Verrebbe quasi da pensare che la nostra abbia viaggiato nel tempo fino nella nostra era, e che abbia preso appunti.

venerdì 14 dicembre 2007

Le scienze sociali come stregonerie

Recensione di : S. Andreski, Social Sciences as Sorcery, Andre Deutsch Ltd, London

Questo libro è una mina vagante, pericoloso, intollerabile. Per fortuna, sarà difficile che uno studente di psicologia, sociolgia, scienze politiche, studi della comunicazione lo prenda in mano, dato che non è presente in nessun programma accademico. Sarà difficile che lo stesso studente, lo scovi per caso in una biblioteca universitaria, dato che sono pochissime a possederlo, e poi gli studenti devono passare gli esami, mica hanno tempo da perdere in letture extrascolastiche (quello che avanza è riservato a World of Warcraft).
Che succedesse se un anonimo studente delle discipline sopra elencate riuscisse ad entrare in possesso di una copia, magari vecchia decrepita, magari confinata nel dipartimento di scienze motorie? Scoprirebbe l'amara realtà: i testi che gli sono stati presentati come lavori di fondamentale importanza (e che si era convinto di capire), pietre miliari nell'indagine novecentesca sull'uomo e la società sono toilet paper. Il suo stesso professore universitario che, in fondo in fondo, aveva sempre ritenuto un cazzone, perderà quel residuo rispetto che era dovuto alla sua carica professionale. Se invece di uno studente anonimo, la maggior parte dei maturandi (ah, ah) leggesse "le scienze sociali come stregoneria" facoltà universitarie di indubbia attrazione, specie in Italia, si svuoterebbero.

Questo libro, scritto da un sociologo polacco, naturalizzato inglese, tenta di dimostrare (e ci riesce a pieno titolo, secondo me) che la stragrande produzione accademica dal dopoguerra in poi è da buttare, non solo perché non produce scienza, ovvero non dice niente, ma perché, in determinati casi è riuscita a peggiorare le cose. Si potrebbe supporre -dice ad esempio Andreski- che il formidabile aumento di psicologi e di sociologi che spesso diventano consulenti scolastici e familiari abbia migliorato la situazione dei paesi che "infestano". Ed invece no: la famiglia non è mai stata così debole, i divorzi sono al massimo storico, il sistema scolastico perde in continuazione credibilità. Lo stesso guardare all'essere umano come entità guidata da oscuri istinti animaleschi comporta un'inevitabile serie di profezie che si auto avverano: l'analisi dell'amicizia maschile come omosessulaità latente, ad esempio ha determinato il deterioramento dei rapporti umani tra lo stesso sesso; dopo Kinsey, siamo abituati a classificare la felicità di una coppia dal numero di copule mensili.

Se i risultati della psicologia e della sociologia applicata qui si esauriscono, figuriamoci quella teorica. Fantastilioni di pagine che raggiungono il loro obbiettivo: non spiegare nulla, anzi complicare le poche cose che risultavano chiare. Andreski è spietato con tutti i luminari del mondo occidentale: ce ne sono per Parsons (che secondo l'autore ha riscritto in modo più fumoso le tesi che già furono di Herbert Spencer, compiendo errori nell'aggiungere e nel togliere) per Lévi-Strauss, il cui metodo di trascrizione che scimmiottava quello della matematica è abilmente sbeffeggiato, per Lazersfeld demolito con un frase ("se la persona è più influenzabile dagli amici che dai mezzi di comunicazione di massa, chi influenza l'amico?") . Nemmeno l'economia dei mille modelli keynesiana e neoclassica viene risparmiata dall'accusa di alienazione dalla realtà.
Eppure, dice Andreski, tutti questi studi mediocri provengono dal medesimo campo di indagine che ci ha portato pensatori di altissimo livello (Tocqueville, Marx, Pareto, Mosca, Spencer), che è accaduto? Andreski individua la crisi delle scienze sociali in un momento storico ben preciso: quando gli studiosi hanno smesso di scrivere perché avevano qualcosa da dire e hanno iniziato ad essere dipendenti dello Stato. La conseguenza è stata innanzitutto che gli accademici "dovevano" produrre pezzi scientifici per ottenere lo stipendio. Nella generale mancanza di idee va sempre bene "truccare" i propri scritti con un linguaggio oscuro e malmostoso in modo di fare sentire cretino il lettore (che quindi ha bisogno del sociologo-stregone).

Ma ben più grave è il fatto che le scienze che hanno come campo di indagine l'uomo e come si costituisce in società siano passate al soldo del potere costituito. Tutti gli studiosi elencati precedentemente avevano una visione molto critica dello Stato, la cui realtà era smascherata nei loro scritti, ora -scrive l'autore- studiosi che dichiarano un'influenza marxista produce studi per spiegare ai governi come manipolare il consenso dei cittadini. E' lo stesso Talcott Parsons a spiegare che il potere è funzionale ad una domanda di controllo e che, quindi, ribellarsi al giogo di un Hitler è "antisociale".

Per concludere un'ultima citazione che ci riguarda da vicini:
"L'Italia prefascista ha ospitato pensatori pionieri in ciò che ora possiamo trovare datato, ma che ha portato un significativo contributo allo sviluppo delle scienze sociali [...] Nonostante il suo progresso economico, la letteratura successiva alla seconda guerra mondiale non contiene nulla di originale, consiste in riassunti di libri di testo americani e in agiografie marxiste [...] Il secondo fenomeno si mischia con con la dominazione della scena culturale italiana, che rispecchia l'arena politica: una Democrazia Cristiana di orientamento capitalista che porta avanti la propaganda della Chiesa e che si oppone a chi si affida al verbo marxista e all'oro sovietico " (pag. 222, mia traduzione).


Andreski scriveva nel 1975 e si dichiarava "un disperato ottimista". In questo, forse sbagliava.


Referenza bibliografica italiana:

Andrzejewski, Stanislaw
Le scienze sociali come stregonerie / Stanislav Andreski
Roma : A. Armando, c1977.

238 p. ; 20 cm ( Controcampo ; 3. )
Trad. P. Stefani
Titolo originale: Social sciences as sorcery
BN 792062.


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