Mentre Ismael pubblica na recensione del libro di Paolo Zanotto (che non è l'ex sindaco di Verona) sul rapporto tra Cattolicesimo, Protestantesimo e Capitalismo (a cui Sgembo e 2909 rispondono), sul Gongoro appare la traduzione di un lungo articolo di Laurence Vance che difende il libero mercato sulla scorta di passi biblici.
Sul rapporto tra religione ed economia è stata scritta, in ambito liberale, un sacco di roba, specie in Italia, dove alcuni intellettuali cattolici (oltre a Zanotto occorre ricordare Guglielmo Piombini) hanno ben metabolizzato la lezione "paleo" dell'ultimo Rothbard. Personalmente non ho letto il libro di Zanotto, né il Vangelo non è socialista di Ropke, ma ho ben presente diversi articoli, in particolare del "Piombo". Il mio umile parere è questo: cercare di vendere il libero mercato come "invenzione" del cattolicesimo è un errore concettuale, per quanto possano essere lodevoli gli argomenti, storici, filologici ed esegetici riportati. Il cristianesimo ed il capitalismo sono due accidenti della civiltà occidentale, per quanto importanti. Si ritrovano, per forza di cose, nello stesso calderone culturale assieme a industrialesimo, liberalismo, democrazia, socialismo. Dire che il capitalismo è debitore al cristianesimo è dire tutto e dire niente, anche il marxismo lo è, piaccia o non piaccia.
Piuttosto, pubblicazioni del genere risultano utili per un'altra, serissima battaglia: quella all'interno dello stesso cristianesimo, in particolare del cattolicesimo. E' innegabile che gran parte del clero, compreso lo stesso Pontefice (nonostante le spericolate acrobazie esegetiche di molti tra i succitati intellettuali) siano intrisi dei più infondati pregiudizi contro il libero mercato. In particolare nessuno, dalla suora dell'asilo al vescovo, passando per il parroco negherà che la povertà dei paesi del terzo mondo è dovuta al fatto che "noi siamo troppo ricchi".
Perché, alla fin fine, il cattolico, come l'ateo, il buddista e whatever, può essere statalista o liberale, spetta solo a lui.
Sul rapporto tra religione ed economia è stata scritta, in ambito liberale, un sacco di roba, specie in Italia, dove alcuni intellettuali cattolici (oltre a Zanotto occorre ricordare Guglielmo Piombini) hanno ben metabolizzato la lezione "paleo" dell'ultimo Rothbard. Personalmente non ho letto il libro di Zanotto, né il Vangelo non è socialista di Ropke, ma ho ben presente diversi articoli, in particolare del "Piombo". Il mio umile parere è questo: cercare di vendere il libero mercato come "invenzione" del cattolicesimo è un errore concettuale, per quanto possano essere lodevoli gli argomenti, storici, filologici ed esegetici riportati. Il cristianesimo ed il capitalismo sono due accidenti della civiltà occidentale, per quanto importanti. Si ritrovano, per forza di cose, nello stesso calderone culturale assieme a industrialesimo, liberalismo, democrazia, socialismo. Dire che il capitalismo è debitore al cristianesimo è dire tutto e dire niente, anche il marxismo lo è, piaccia o non piaccia.
Piuttosto, pubblicazioni del genere risultano utili per un'altra, serissima battaglia: quella all'interno dello stesso cristianesimo, in particolare del cattolicesimo. E' innegabile che gran parte del clero, compreso lo stesso Pontefice (nonostante le spericolate acrobazie esegetiche di molti tra i succitati intellettuali) siano intrisi dei più infondati pregiudizi contro il libero mercato. In particolare nessuno, dalla suora dell'asilo al vescovo, passando per il parroco negherà che la povertà dei paesi del terzo mondo è dovuta al fatto che "noi siamo troppo ricchi".
Perché, alla fin fine, il cattolico, come l'ateo, il buddista e whatever, può essere statalista o liberale, spetta solo a lui.


